Alla corte di Sua Maestà Luca Turilli

luca-turillis-rhapsody-logo

LUCA TURILLI’S RHAPSODY: INTERVISTA ESCLUSIVA A LUCA TURILLI •

Per Christopher Bowes (cantante e tastierista negli Alestorm e Gloryhammer) i Rhapsody sono una vera e propria fonte continua di ispirazione e se leggete una sua recente intervista con la nostra webzine (questo il link), lui stesso, scherzosamente, afferma che Luca Turilli, fondatore dei Rhapsody, è il Re d’Italia. Abbiamo quindi deciso di chiedere udienza al “sovrano” e presentarci al suo cospetto in occasione del recente concerto che i Luca Turilli’s Rhapsody hanno tenuto all’Orion di Roma (qui il report). Ecco quello di cui ci ha parlato in questa interessante intervista il chitarrista triestino.

Ciao Luca, prima di tutto ti ringraziamo per la tua disponibilità e soprattutto per il tempo che ci stai dedicando. Puoi parlare, a chi ancora non lo conoscesse, del vostro ultimo album “PROMETHEUS, Symphonia Ignis Divinus”?
LUCA
– E’ stato rilasciato in giugno, quindi un po’ di mesi fa, siamo già nella prospettiva del nuovo album ora! Però ti posso dire che è stato un disco veramente importante. E’ l’album che definisce veramente il concetto di “cinematic metal” nella nostra visione, con l’arrangiamento orchestrale che ha avuto un’importanza fondamentale anche rispetto al resto della discografia. Ogni sezione dell’orchestra è stata trattata in modo opportuno come se dovessimo comporre, arrangiare per una colonna sonora di un film, di un videogioco etc… C’è stato bisogno di tantissimo tempo, un super lavoro che c’ha portato via un anno di vita, per cui abbiamo investito un anno inclusa produzione e mixing. Siamo arrivati alla fine con una deadline da rispettare, senza dormire, io mi ricordo che alla fine non ho dormito per sei notti nelle ultime due settimane di mixing perché dovevamo rispettare la data per poter uscire con l’album prima dell’estate! E’ stata una cosa tremenda! Comunque anche se inizi un anno prima arrivi sempre al rush finale con il tempo contato! Perché sai cos’è? Quando sei un maniaco, tenti sempre di utilizzare più tempo per migliorare, e cerchi sempre di migliorare, non c’è mai un punto d’arrivo! Ti trovi sempre a scontrarti con questi tempi. Però alla fine ce la fai in un modo o nell’altro, soffrendo le pene dell’inferno, però ce la fai. Noi ce l’abbiamo fatta, l’album è uscito, è stato un gran successo di pubblico, di classifica in Italia oltre che in altri stati dove i Rhapsody sono normalmente conosciuti, ma per me era importante l’Italia, ci tengo molto, abbiamo molte canzoni cantate in italiano. Per noi l’uso dell’italiano nelle liriche è davvero importante!

Un Paese che non è proprio dedito al metal!
LUCA
– Però per noi l’Italia è uno dei paesi più importanti! Italia, Francia, Spagna e adesso tentiamo di riconquistare la Germania dove adesso vanno altri generi. Adesso in Germania va musica più dura e noi rappresentiamo l’aspetto più “light” della musica heavy metal che ascoltano ora!

Come è nata in te la passione per la musica?
LUCA
– E’ difficile da dire! Probabilmente perché il mio papà suonava il violoncello in un’orchestra sinfonica, però io il mio papà l’ho perso quando avevo due anni, ma a livello genetico si sa che qualcosa passa, viene trasmesso no? Poi mia mamma mi ricordo che durante l’infanzia mi faceva ascoltare Beethoven, Vivaldi, Mozart, per cui son cresciuto con la musica classica. Poi è venuto il periodo dell’adolescenza, ho scoperto il metal molto tardi, prima ho iniziato con le band di pop italiano e straniero come Spandau Ballet, Duran Duran, Pet Shop Boys. Di quel periodo per quanto riguarda la musica italiana, i miei preferiti rimangono i grandi cantanti Italiani come Al Bano, Morandi, Celentano, Mino Reitano, Ranieri, gran belle voci! Io adoro tutta la musica del mondo, essendo compositore per me è importante non focalizzarsi solo sul metal, ma avere influenze da tutta la musica. Gli unici generi che non ascolto sono il blues, l’hip hop e il reggae che sono molto distanti dalla mia cultura musicale, ma per il resto se ben fatto ascolto tutto!

La tua famiglia quindi non ti mai ostacolato nella tua passione per la musica?
LUCA
– No, assolutamente! Ma quando ho chiesto la prima chitarra mi hanno detto: “Oh! Ma sei sicuro?” perché costavano tanto! A sedici anni, quindi abbastanza tardi, rispetto ad altri ho iniziato a suonare. Ho dovuto perdere due anni di scuola perché studiavo chitarra otto ore al giorno e ho dovuto recuperare il gap che avevo con gli altri chitarristi! Quando scoprii Yngwie Malmsteen c’è stata la prima scintilla! Avevo sedici anni e in quel periodo andai in un negozio di musica e trovai le tablature del primo disco solista di Yngwie Malmsteen, “Rising Force”, con scale e tutto! Guardavo le tarlature ed ascoltavo quei suoni magnifici sull’album e mi chiedevo: “Ma se io suono questi numeretti sulla chitarra viene fuori questo?” Non era per niente facile!
Allora sono passato dalla chitarra alla tastiera. Anche la tastiera era troppo difficile e ho ricomprato una chitarra! Presi una Ibanez S Frank Gambale, gialla con il corpo sottile, per chitarrista solista. Non sono mai stato un chitarrista ritmico, io sono partito con la chitarra solista: Malmsteen, Jason Becker, Marty Friedman, i Cacophony, quelli erano gli anni d’oro per il chitarrismo! Sento tanti dischi di nuovi chitarristi, ma non trovo quella magia di Jason Becker.

E c’è gente, poi, che oggi dice che ad esempio Van Halen non è nessuno, ma secondo me senza di lui la maggior parte dei chitarristi che sono venuti dopo, non sarebbero nemmeno esistiti!
LUCA
– L’hai detto!

Il primo disco che hai ascoltato e hai esclamato “Cavolo! Voglio essere come questo!”
LUCA
“Rising Force” di Yngwie Malmsteen!

E invece un disco di un altro artista che avresti voluto scrivere tu?
LUCA
“Transcendence” dei Crimson Glory, perché è un disco americano che suona molto Europeo e visionario. Io ho conosciuto il cantante Midnight che era ispirato da Geoff Tate dei Queensryche ovviamente, era un genio! In quel disco ha messo delle cose che anche io adesso con i Rhapsody faccio, con i testi offro differenti chiavi di lettura. Quello è stato un album particolare, dopo la sua dipartita ho avuto difficoltà ad ascoltarlo, perché lo conoscevo e sentivo quell’aspetto geniale di cui era intrisa ogni traccia degli album ed era un piacere ascoltare quelle melodie particolari. Tra tutti gli album americani è quello che suona più europeo. Ha dei temi particolari, un fantasy serio, non saprei come definirlo.

Ti ricordi la prima esibizione dal vivo che hai fatto?
LUCA
– Eh, ma quella volta cantavo io perché ero il cantante! Ero il cantante dei Thundercross, che poi è la band da cui sono venuti fuori i Rhapsody. C’erano già canzoni tipo “Land Of Immortals”, insomma qualche hit dei moderni Rhapsody già l’avevamo! Cantavo io e siamo arrivati secondi ad un festival a Trieste, una città con un festival dove ci sono tutti i generi musicali ed è stata una bella soddisfazione!

Quando componi un brano pensi prima alla melodia o al testo?
LUCA
– Al titolo! Al titolo e alla base. Il titolo di per sé racchiude già un mondo, è particolare, hai tutto. Quando il titolo funziona hai il resto. Io poi associo le parole ai colori ed è una cosa particolare e c’è questa magia in quelle poche parole e dopo due/tre giorni riapro il file e vedo il titolo e penso “Sì! E’ un titolo vincente e degno, può entrare nel prossimo album!”, allora dopo si scatena tutto quello che deriva dal titolo! Brainstorming, una canalizzazione di energia, musica e liriche che subito prendono forma. Questa è la prima ispirazione. Dopo ci si mette alla chitarra o al piano: se ci si mette a svilupparla al piano sarà una canzone con dei cambi più particolari, inaspettati, se invece si sviluppa intorno alla chitarra c’è più energia, è più immediato. In un album dei Rhapsody ci piace offrire tanta varietà, tanti colori diversi.

Per i testi da cosa prendi ispirazione?
LUCA
– Metafisica, misteri del pianeta, evoluzione spirituale che è proprio la ricerca della fonte originaria di spiritualità da cui dopo son derivate a posteriori tutte le religioni. Esperienza personale, yoga, meditazione, credo sia importantissimo perché tu puoi studiare mille cose, ma sei sempre sul “credo/non credo” oppure “sarà/non sarà”, ma dopo quando sperimenti su te stesso sei tu il giudice e non ci sono altre possibilità. Scopri cose della psiche, del sistema nervoso che non conoscevi, quando lo stimoli in un certo modo etc…
Quindi diciamo un po’ di tutto, ma alla base c’è questo senso di evoluzione spirituale, di positività, questo messaggio positivo. La nostra musica è sempre stata definita come un inno alla vita. Sai, io poi ho avuto l’episodio del cancro, del tumore nel ’93, avevo ventun’anni, per cui poco prima di iniziare seriamente con i Rhapsody. In quel periodo ero “più di là che di qua”, poi ho avuto questo regalo incredibile che per i dottori è stato un vero miracolo e allora dopo ovviamente vivi la vita in un altro modo! Vedo tanta gente che reputa la vita normale, e allora chiedo su cosa si basa il loro concetto di “normalità”. La normalità per loro è andar da McDonald’s su questa terra, con questi asteroidi che ti girano intorno (ride), le onde gravitazionali delle ultime scoperte, la materia oscura, per loro è tutto “normale”. Per me il loro concetto di normalità è già surreale! (ride) E’ bellissimo dibattere su queste cose qui! Quando sperimenti su te stesso, è lì che capisci tanto del sistema vita e universo.

Sei andato a scuola da Steve Vai?
LUCA
– No, perché?

Perché una volta durante una clinic lui ha detto “Volete imparare a suonare bene la chitarra? Rilassatevi, liberate la mente e poi suonate”.
LUCA
– Lui sapeva queste cose ovviamente! Questa è una delle prime cose da fare! Quando sei stressato o vedi che sei proprio al limite!

Qual è il brano dei Rhapsody al quale sei più affezionato?
LUCA
– E’ difficile rispondere, perché ogni canzone è un frammento di qualcosa, soprattutto adesso che sono molto più intense e tutto è più immediato e non è filtrato attraverso una saga. E’ difficilissimo. Dipende completamente dallo stato d’animo, adesso ti direi quella che mi piace ora, magari domani te ne direi un’altra. Faccio prima a dirti quelle che non mi piacciono! (ride) No non oserei mai! (ride)
“Anahata”
per me è importantissima e mi piace tantissimo, poi io conosco benissimo il senso delle liriche, magari per chi non lo sa non fa lo stesso effetto. Io per ogni nota, per ogni parola, assaggio in quel momento quel doppio senso che mi da un’emozione incredibile. Nei nostri testi poi c’è molto di ermetico, corpus ermeticum, queste cose qua. Per cui parliamo di metafisica, proprio il cuore della metafisica!

C’è stato qualche momento della tua carriera in cui hai dovuto cedere a dei compromessi?
LUCA
– No! Guarda caso ne ho proprio parlato ieri! Sai una cosa? Siamo stati fortunati perché abbiamo avuto successo con la musica che ci piaceva fare e non con la musica che abbiamo pensato che poteva piacere ai fans! E’ una grande cosa! Trovi le band che si mettono a tavolino e dicono “Cosa potremmo fare nel prossimo album?”.

Ci sono delle band che durante delle interviste mi hanno raccontato che loro fanno le canzoni in base al gusto del pubblico.
LUCA
– Ooooohhhh! Questa si chiama Self Service Music è tremendo! No, non potrei! Allora piuttosto faremmo musica in modo più appropriato e farei della musica commerciale a trecentossessanta gradi. Tipo Black Eyed Peas e queste cose americane! Preferisco però fare la mia musica con cuore e anima.

Hai pensato di cambiare totalmente genere musicale?
LUCA – Ma sì, certo, in tanti momenti della vita non è che farai la stessa cosa per sempre. Soprattutto se hai sempre stimoli nuovi, continui. Se sei una persona creativa, un artista, tendi ad avere diversi stimoli nel corso dell’esistenza, per cui magari ad un certo punto pensi che ti piacerebbe scrivere un libro, diventare romanziere, oppure anche diventare giardiniere per stare a contatto con la natura perché magari per lunghi periodi di tempo sei chiuso nello studio e non stai più a contatto con la natura. O magari vorresti scappare in Nuova Zelanda come ho pensato una volta!

Il chitarrista degli Accept (Wolf Hoffman, n.d.r.) mi ha confessato in un’intervista che vorrebbe fare il fotografo, cosa che ha fatto nel periodo in cui la band si era sciolta.
LUCA – Allora vedi? Quando parliamo fra di noi vengono fuori tantissime cose interessanti! Però alla fine c’è sempre il richiamo della musica. Perché quando crei ti senti a contatto con l’energia primordiale, lo sappiamo cos’è la musica a livello scientifico!

Quale disco consiglieresti alle persone che non hanno mai sentito la tua musica con i Rhapsody?
LUCA
– Per iniziare io suggerirei due album: “Symphony of Enchanted Lands – Part I”, del 1998 che era già un disco più maturo essendo il nostro secondo album, e poi “Ascending To Infinity” del 2012 per capire la nostra evoluzione.

Siamo alla fine di questa bella chiacchierata: progetti per il futuro? State già preparando nuove canzoni?
LUCA – Eh beh, ma cosa vuoi, quando ti ritrovi in una sessione di composizione con i Rhapsody, hai sempre venti titoli in più, per cui alla fine torni a casa, li riascolti, se c’è qualcuno valido lo tieni e ci lavori sopra.

Ti ringraziamo della tua disponibilità, è stato molto stimolante parlare con te. Un saluto da parte dei nostri lettori e in bocca al lupo per tutto!

si ringrazia per la cortese collaborazione Connor 

 riprese Stefano Panaro  –  elaborazione video Federica Borroni