Mi presento: sono David Reece

DAVID REECE: INTERVISTA ESCLUSIVA •

Molti lo ricordano come la storica voce dei Bonfire, altri, invece, lo rammentano per la sua partecipazione nell’album degli Accept, “Eat The Heat” (1989). Sebbene siano passati tantissimi anni, sono ancora tante le persone che hanno riservato a David Reece un posto speciale nel proprio cuore, segno che il vocalist americano non è mai stato dimenticato. Sono passati ben 29 anni dalla pubblicazione di quel disco, ma l’amore per l’heavy metal non si è mai spento per il musicista: la l’estrema dedizione per la musica hanno, infatti, spinto Reece a proseguire il proprio cammino e persino ad omaggiare quell’incredibile album arrivando addirittura a presentarlo integralmente in quest’ultimo tour che il frontman americano ha intrapreso di recente per tutta l’Europa. Nell’unica data italiana tenutasi lo scorso 27 aprile a Bologna, Metalforce ha voluto tributare questo artista e ve ne racconta gli aspetti, le gioie, le delusioni e l’incredibile voglia di andare avanti a testa alta tramite questa dettagliata ed esclusiva intervista.

Ciao David e benvenuto sulle pagine di Metalforce.it! È un piacere per noi ospitarti! Come stai?
DAVID –
C’è stata un po’ di follia riguardante il traffico, ma sono pronto a rockeggiare. Sono abituato a questo tipo di caos! È un giorno normalissimo della mia vita, eheheh.

Allora, vorrei rompere il ghiaccio e iniziare questa nostra chiacchierata facendo una sorta di retrospettiva sulla tua carriera. Come nasce David Reece in veste di musicista? Come è nata la tua passione per la musica e, soprattutto, come ti sei scoperto cantante?
DAVID – Sono nato in Oklahoma, nel sud-mid west degli Stati Uniti. Sono cresciuto con la musica country, mia nonna la suonava di continuo, aveva questa tv sulla tavola, per cui ogni giorno ascoltava musica country, ci faceva cantare insieme… suonavo il banjo, era fantastico star lì e suonare. Ho capito di voler essere veramente un cantante quando ero in quinta elementare, quando avevo circa 8-9 anni e ho deciso di volermi candidare al coro scolastico, anche se in America è più vista come una cosa adatta alle ragazze. Avevo quest’insegnante che si era accorta che potevo raggiungere anche note molto alte… In quei giorni ero ancora un giovincello, eheh! Mi sono esibito di fronte a 250 persone nella mia scuola, era una cosa pazzesca! Già allora sapevo! Questo è stato l’inizio di come sono diventato un cantante, gli anni sono poi trascorsi e ho incontrato amici che suonavano la chitarra, suonavamo delle cover. Ho fondato la mia prima band quando avevo circa 15 anni, conoscevamo solo quattro brani quindi suonavamo solo quelli all’infinito; successivamente mi sono diplomato e ho iniziato ad esibirmi in alcuni club dove suonavo circa 5 ore ogni sera. Suonavo solo cover, suonando cover si veniva pagati allora, ma ai tempi si tenevano circa 350 show all’anno per 100 dollari alla settimana. Si viaggiava in una macchina simile (David indica una macchina simile ad una station wagon, ndr), eravamo in cinque persone, che fosse inverno o estate, eravamo in quattro a dormire in un letto solo. Ho portato avanti questa situazione a lungo, dopodiché ho deciso che se volevo esibirmi nei locali, avrei avuto bisogno di un accordo discografico, quindi mi sono trasferito a Los Angeles. Ricordo che la band non voleva seguirmi, perché ai tempi avevamo un bel seguito a Minneapolis. Andai quindi da solo, mi sentivo infelice. Ero un senzatetto, mi son ritrovato a dormire nelle auto, ad elemosinare denaro, ho pagato i miei debiti! Sono tornato a Minneapolis a riprendere la mia vecchia band, col tempo siamo diventati sempre più grandi e ci siamo ritrovati a comporre i nostri brani, ad aprire ai Cheap Trick e a molti altri grandi gruppi. Successivamente volevo tornare nuovamente in California, ma gli altri non volevano perché si consideravano “un pesce grosso in un piccolo lago”. Parliamo del 1984-85, i membri si rifiutarono di partire, quindi andai solo ed incontrai molti musicisti famosi, tra cui Steven Pearcey, David Lee Roth… Sono arrivato a conoscere anche alcuni ragazzi dei Motley Crue, non posso dire cosa ho fatto perché parlasi di follie, ma stavo solamente cercando di avere un contratto. Incappai nella conoscenza di Mitch Perry, sapete chi è? Era il chitarrista dei Talas, Billy Sheehan, Michael Schenker! Insieme siamo andati in uno studio e abbiamo registrato tre brani, ma non è successo niente. Nessuna etichetta sembrava interessata, successivamente incontrai questa ragazza, Lucy Forbes, che aveva questa specie di centro per l’impiego rock n roll che mi diede una mano. Non avevo un posto dove stare, dormivo di fronte ad un falò, faceva sempre freddo lungo la spiaggia… Ad ogni modo, avevo deciso che se nulla fosse successo, non avrei più continuato quel percorso; di conseguenza, mi sono trasferito in Colorado…

Potremmo dire che è stato un bel viaggio!
DAVID – No, non proprio. È stato orribile, mi ha dato molta depressione, un sacco di stress! Ad ogni modo, mi sono trasferito in Colorado, durante il giorno mi dedicavo alle costruzioni, lavoravo nell’edilizia. Un giorno, mentre mi trovavo a casa, ha squillato il telefono, ho risposto e mi sono sentito dire: “Salve, sono Wolf Hoffman degli Accept. Gradirei parlare con David Reece”. Io risposi affermando di essere Topolino e ho riagganciato. Due minuti dopo, il telefono torna a squillare e dall’altro capo sentii una persona con un forte accento tedesco dirmi “Scusi, c’è stato un problema di rete. Mi chiamo Wolf Hoffman”, io risposi chiedendo se fosse serio e lui mi disse che aveva ottenuto il mio recapito telefonico dalla ragazza dell’agenzia, Lucy, e di aver dato un ascolto alla mia demo tape. Asserì anche che il produttore mi aveva visto dal vivo e aveva suggerito alla band di prendermi come cantante. Il produttore ottenne il mio numero di telefono e lo diede a Wolf, che successivamente mi chiamò. Una settimana più tardi mi ritrovavo a essere su un aereo diretto in Germania. Ecco come è iniziata la storia, con gli Accept ho registrato l’album “Eat The Heat” (1989), che sto proprio proponendo in questo tour!

Vorrei chiederti ora qualcosa in merito alla tua collaborazione con i Sacred Child. Come sei stato contattato dalla band?
DAVID – Con i Sacred Child è stato orribile, probabilmente ti direi che Chuck Rosa (il chitarrista della band, ndr) è uno str**zo. Considerato che gli Accept ai tempi stavano diventando famosi, ricordo che mi trovavo in Europa e vidi su un magazine una copertina che asseriva “Sacred Child feat. David Reece & Astrid Young”. Ai tempi feci ben due demo con Chuck Rosa, lui era il fonico e il chitarrista della band, io scrissi delle lyrics, dei testi ma lui non mi chiese mai il permesso e dal momento che sapeva che io ero negli Accept, ha pensato di vendere gli album. Posso dirti che non ho un buon rapporto con gente simile, se lui fosse venuto da me a chiedermi: “Hey, posso pubblicarlo?”, io gli avrei risposto di sì, ma ha pensato di farsi soldi, senza chiamare, o mandare sms. È stata una brutta esperienza. Credo che Astrid Young, la sorella del celebre Neil, mi abbia rimpiazzato successivamente, quella band non stava andando da nessuna parte. Mi era stato chiesto di proporre quel disco live, ho chiesto alla gente qualche opinione e mi è stato detto che era un bell’album, ovviamente io non la penso allo stesso modo… poi ovviamente sono venuto a conoscenza dell’entrata nella band di Astrid Young.

Che tipo di approccio avevi ai tempi con il pubblico, quali emozioni hai provato nel sentirti davanti ad un pubblico sicuramente più vasto?
DAVID – Dal primo momento in cui ho calcato un palcoscenico, mi veniva spontaneo stare lì. Stare con gli Accept era la cosa più grande ed importante che avessi mai fatto, ho imparato l’etica tedesca del lavoro, si lavorava 12 ore al giorno e si tenevano concerti della durata di 3 ore per sei o sette giorni la settimana. Gli Accept mi hanno insegnato ad essere sano, a rimanere in salute, ad essere preparato durante i tour, per loro questo è un lavoro vero e proprio. Se si parlasse di un cantante che si esibisce in un club normalissimo, si prenderebbe i suoi 45 minuti di show, una pausa, ma questo non accadeva con gli Accept. All’epoca erano la seconda band più grande d’Europa e con loro ho imparato una grande lezione: se vuoi essere bravo, devi lavorare sodo, per cui sono molto grato di tutto questo.

Sentivi la responsabilità di sostituire un cantante che era il simbolo stesso della band?
DAVID – Ai tempi sentivo di essere in cima al mondo, sentivo di voler conquistare il mondo. Non avevo capito quanto Udo fosse famoso! Ricordo che un giorno mentre registravo l’album, Peter Balted ha smesso di suonare e, guardandomi, mi disse: “Ti rendi conto che se quest’album fallisse sarebbe per colpa nostra?”. Io replicai dicendogli: “Ma va, la gente mi adorerà”. In parte avevo ragione: il 50% dei fan mi amava, l’altro 50% mi odiava assolutamente e, ancora, i nuovi fan mi volevano bene, perché ero già famigliare con gli Accept in America. Ebbi quindi un’idea: durante le registrazioni, suggerii di cambiare il nome così che gli Accept potessero prendersi un anno di pausa per avere una “nuova band”. Loro mi risposero che non erano d’accordo, a loro serviva il nome per poter vendere l’album. Ora che ci ripenso, l’idea a parer mio si era rivelata grandiosa.

Come è stata la tua esperienza con i Bangalore Choir?
DAVID – Ero stato licenziato dagli Accept, tutti quanti lo sapevano! Andai a Los Angeles accompagnato perché ero famoso e tutti mi riconoscevano per strada. Ho messo insieme i Bangalore Choir con alcune delle persone migliori che potessi trovare e immediatamente abbiamo realizzato un album. Dopo circa sei o addirittura nove mesi, iniziai a ricevere offerte dalle più grandi major della California, per cui firmai un contratto con la Giant. Questo è ciò che accadde, ma c’è da dire che negli anni ’90 nacquero anche band come i Nirvana, il nostro disco era uscito da poco… La scena musicale stava cambiando, ai tempi avevo lo stesso manager di David Coverdale, avevamo tutto! Quando nasce una band grunge, l’hard rock muore. Parliamo di una “morte veloce”. Hai i capelli biondi, sei il frontman di una rock band, per cui passi alla storia.

Cosa puoi dirci in merito al progetto RPG (Reece Percudani Group) con Mario Percudani (chitarrista degli Hungryheart)?
DAVID – Mario ha prodotto molte cose per me, a dire il vero ha prodotto molte delle voci per la musica dei Bonfire. Ho appena terminato il mio nuovo album solista lo scorso martedì (l’intervista si è tenuta il 26 aprile, ndr). Ho iniziato a lavorare con Mario perché penso che probabilmente sia uno dei migliori chitarristi e produttori musicali che io abbia mai incontrato, sa come riuscire a tirar fuori le mie performance, sapete, solitamente sia i chitarristi che i cantanti hanno un proprio studio di registrazione dove registrano pensando che la cosa sia fantastica, ma giudicando con un orecchio esterno, posso dire che se ti crei un buon rapporto di fiducia nel corso degli anni, avrai una piena fiducia in te stesso, che tu non stia psicologicamente bene o vocalmente a posto. Mario è molto bravo in questo, riesce a tirar fuori alcune cose, dicendo: “Forza, Dave, può suonare bene”, “Mostrami la canzone, cantami questa canzone”, “Io so che tu ci credi” e credo che Mario Percudani sia dotato in questo, ha talento in questo. Lo adoro! Il suo modo di suonare e di comporre canzoni è grandioso, è un grande compositore! È una grande persona. Io mi rifiuto di lavorare con gli stronzi, mi circondo di persone di qualità e Mario è una di queste persone. Lui è esattamente come me e te, è un essere umano, non gli interessano i soldi, o meglio, sì, potrebbero interessargli, ma il suo ego è molto controllato. Lui sa di essere bravo, ma non te lo viene a dire!

Qual è il musicista o la band con cui hai avuto un buon feeling e quale, invece, quello con cui ti sei trovato a disagio?
DAVID – Hans Ziller dei Bonfire è la più grande feccia del mondo. È un bugiardo, un paio di anni fa ho cercato di convincere il manager della band e mi è stato detto che avrebbero trovato un altro cantante, ora ho scoperto che il manager ha rubato qualcosa come centinaia di migliaia di euro. Io sapevo che era un criminale, non mi piaceva. Dopo questa specie di separazione, ho visto che Hans è rimasta la stessa persona e questo si riconnette a ciò che stavo dicendo, non voglio lavorare con gente così. Io sono quel tipo di persona che se non si sente bene con te, non lavora con te. Non si tratta di ego o altro, si tratta di essere felici, voglio essere felice. Per quel che riguarda la gente con cui mi trovo a mio agio, beh, Mario Percudani, un altro è Andy Susemihl, il chitarrista dei Bangalore. È una persona davvero genuina ed è un chitarrista geniale, ci siamo visti in Svezia la settimana scorsa, è venuto per la mia solo band, perché il mio chitarrista, Marco Angioni, è guarda caso anche il mio produttore. Non è potuto venire perché lavorava, così ho chiesto a Andy di venire, abbiamo fatto qualche festival e qualche album insieme, per cui posso fare affidamento su Andy, lui parla col cuore. Come dicevo prima, se non riesci a lavorare con me, io non riesco a lavorare con te, molte persone hanno detto che sono un fallimento in merito a questo, ma riesco comunque a dormire di notte con la mente pulita. Non sono perfetto, ma non riesco a fregare la gente e a sorridere, prendendo quell’energia per sentirmi meglio. Rifiuto di seguire questa teoria, non lo farò! Sono sposato, ho figli, ho nipoti e cerco di insegnare ai miei bambini la stessa cosa: tratta gli altri esattamente come vorresti essere trattato tu; di conseguenza, penso che Hans Ziller sia feccia! Mi dispiace, ma è la verità!

Quale è il disco o la canzone che hai scritto che a tuo dire ti rappresenta meglio?
DAVID – Il mio nuovo album solista. I Bangalore Choir sono stati una sorta di definizione di ciò che sono come cantante, così come anche “Eat the Heat” mi ha aperto le porte. Non è una bugia. Senza quell’album, io non sarei niente. I Bangalore Choir erano altamente sottovalutati, con i cambiamenti che la musica ha affrontato ho scoperto che erano enormi in Europa, in Asia. Quell’album mi definisce e ora sto portando a termine il mio nuovo album solista, sento davvero che se i miei figli ascoltassero il metal moderno, tipo Linkin Park e cose simili, lo amerebbero! C’è qualcosa in questo album che percepisco, ho iniziato il processo ad aprile dello scorso anno in America, io vivo in Montana e sono sposato con una donna italiana e una volta mi sono trovato a comporre un brano in bagno. Era il momento dell’ispirazione, è una delle prime canzoni che vede la partecipazione di un ragazzo inglese che si chiama Martin Frank, la traccia si chiama “Karma”, è venuta da sola e servirà da schema per il nuovo album. Tutto ciò mi ha condotto ai 30 brani che ho composto, non credo che ci sia molto altro che possa fare in veste di compositore. Anche se so che non sarà un successo, per me sarà comunque una cosa molto buona! Questo si applica anche ai Bangalore Choir, io sapevo che quello era un gran bel disco. Questo è un fottuto ottimo album! Ancora oggi mi trovo a firmare quel disco ad ogni mio show tutte le sere, la gente mi mostra le foto della band e sfoggia le loro magliette. Quel disco ha costruito un impero e ho la stessa sensazione per questo nuovo album.

E quale, invece, potrebbe essere un brano che non è stato scritto da te, ma che quando lo hai sentito hai pensato “”mi sarebbe piaciuta scrivere questo pezzo”?
DAVID – Questa è una gran bella domanda, sai, ascolto un sacco di queste nuove e giovani band, come gli Eclipse, gli H.E.A.T e tutti questi gruppi e, sebbene non sia particolarmente amante del pop, mi trovo a dire che avrei voluto scrivere alcuni di quei brani. Voglio dire, sono molto buone! Mi piacciono anche gli Alter Bridge e trovo Myles Kennedy un cantante di talento. Mi sarebbe piaciuto scrivere “Black hole sun” (celebre brano dei Soundgarden, ndr), che brano! Una volta ero nel mio studio e il mio produttore mi ha detto: “Siediti e scrivimi una canzone come “Black Hole Sun”” e io gli ho risposto: “Ci proverò, ci proverò!”. Mi disse che avevo bisogno di una canzone simile. Mi sarebbe piaciuto anche scrivere “He Stopped Loving Her Today” di George Jones, l’artista country. Il testo è così stupido e semplice, è di soli tre minuti. Un’altra traccia potrebbe essere “Hey Jude” (Beatles). Potrei citare i Rhapsody o Freddy Mercury, la gente si chiede come facciano a sedersi e scrivere tracce così epiche! Freddy Mercury era un grandissimo cantante, ma parliamo pur sempre di canzoni semplici! Non sono per quel genere di cose, anche se le canzoni sono molto buone.

Quali sono i tuoi hobby quando non sei in tour?
DAVID – Mi piace allevare cani, andare a pesca, fare ranching, mi piace lo stile di vita da cowboy. Ho scoperto che se un uomo o una donna si abbandona completamente al business, ne esce pazzo, quindi è bello sapere di avere qualcosa in più, di vero oltre al tuo sogno, cerchi di fare qualcosa di diverso. Sin da piccolo la mia famiglia aveva dei cani, per cui mi piace allevarli, ho dei cani a casa quindi è un modo per uscire di casa e prendere una boccata d’aria. Riesco persino a comunicare con i cani, ho imparato a farlo nel corso degli anni. è una passione! Mi piace la natura, essere sposato ed essere in salute è altrettanto una cosa importante, perché prima ero orientato e concentrato sulla mia carriera, mentre ora mi concentro sulla mia famiglia, sui miei figliastri, le mie figlie. Sono persone molto importanti per me, per cui posso prendere le distanze da tutta questa feccia e mettermi seduto, parlare, mangiare, prendersi in giro assieme, ridere. Ero arrivato ad un punto in cui mi dicevo che andava bene essere felice anche se i tuoi brani non vendono, perché hai i tuoi fan ma hai anche la tua famiglia e gli amici. Credo anche che la musica sia il mio primo e vero amore, ma il music business è così orribile in così tanti modi! È difficile vivere di questo, di musica!

Ricordi ancora la tua prima esibizione dal vivo? Come è andata sia emotivamente che di risposta dal pubblico?
DAVID – Era un concerto che avevo fatto per gli amici, abbiamo suonato quattro brani ed era pazzesco. Sai no che ci sono quei faretti che proiettano luci di colori differenti? Avevamo un pezzo di legno come questo (David ha per le mani una specie di tavolozza ripescata davanti al locale, ndr) e c’era questo uomo che proiettava queste luci, blink blink blink (David mima l’alternarsi delle luci, ndr). Ricordo di aver cantato con gioia e tutti cantavano le canzoni. Quello è un concerto che non dimenticherò mai. Tenni anche un altro concerto per la mia scuola, mia mamma lavorava per le poste, sai no? Poste italiane! Durante la sua pausa pranzo, venne a vedermi a scuola, abbiamo suonato qualcosa come un’ora. Mia madre venne e si trovò davanti a 250 ragazzi impazziti e mi disse che sapeva che quello era il mio momento, che quel momento sarebbe arrivato. Mi ricordo quello show, cosi come mi ricordo i concerti che ho tenuto con gli Accept, quelli che ho avuto con persone famose che ho incontrato, persone che erano i miei idoli, persone con le quali mi sono seduto a tavolino e che ho effettivamente incontrato. Ero nervoso e impaurito. Ho incontrato i ragazzi dei Rolling Stones e mi chiedevo se veramente stesse accadendo! È come se ci trovassimo noi qui ora, sì! Ci sono tanti ricordi che amo!

Se non fossi stato un musicista, cosa avresti voluto fare?
DAVID – Ho costruito case per tutta la mia vita, ne sono contento, ma come si suol dire, lavori per quei 3-4 mesi, cerchi di fare più soldi possibile durante la primavera e l’estate, poi quando giunge l’inverno stai a casa. È una situazione abbastanza stressante, perché vorresti portare qualcosa a casa a Natale per i tuoi bambini, pagarti le bollette… Probabilmente gestirei una compagnia, perché ora sto diventando troppo vecchio, salterei da un palazzo all’altro. Non sono più quel ragazzino di una volta, comunque mi sarebbe piaciuto fare qualcosa nel campo edile o forse gestire qualche giovane band, trarne profitti, avere qualche legame con una buona etichetta, anche se non ve ne sono più oggigiorno. Mi piacerebbe essere anche un manager o avere una mia casa discografica, anche se qualcuno potrebbe scaricare comunque un mio album gratuitamente e io non potrei trarne guadagno. È come dire: se io venissi in casa tua e trovassi le chiavi della tua auto e addirittura dicessi “Prendo le chiavi e ora guido la tua macchina”, io potrei dirti: “Mi hai rubato la macchina, perché?”. La risposta potrebbe essere “Era lì fuori”. Questo vale anche per la mia musica! È come se la musica fosse paragonabile a MacDonalds: tu vai al macdrive, ordini il tuo cibo, butti tutto nella spazzatura e te ne vai via. Sembra che la musica ora sia diventata così! Fare musica è come andare al macdrive, è come dire che tu ami quella band, la segui, compro la copia del disco e via discorrendo. È come andare al fastfood! La musica sembra essere diventata un pezzo di plastica e la gente la butta nella spazzatura. Se guardiamo ai ragazzini di oggi, loro scaricano molte canzoni. Un brano dura circa 3 o 4 minuti, se hai circa 10mila brani parliamo di circa 30-40 mila minuti, non si potrebbero ascoltare tutte quelle canzoni. Scaricare più canzoni possibili sembra essere quasi un gioco, d’altro canto non hanno idea di che cosa hanno per le mani. Se si mettesse a disposizione anche solo un dollaro per ogni album… L’artista deve comunque sfamare la sua famiglia, si è comprato lo studio e tutta la musica è a libera disposizione. È questo che mi annoia della musica. Sembra quasi che non vi sia più passione. Quando ero giovane io, ricordo che annusavo il profumo del libretto, del vinile, guardavo le band che amavo dal vivo e mi dicevo che quella era la cosa più bella della mia vita. Risparmiavo soldi, andavo ai concerti, bevevo con saggezza, fumavo erba con gli amici e le porte si sono aperte dopo aver visto i Led Zeppelin e gli Aerosmith. Era tutto così magico. Adesso non provo più la stessa cosa, e tu?

Vero, ma sai, la musica continua ad evolversi, a cambiare in un modo molto negativo. Forse andava meglio negli anni ’80 o addirittura nei primi anni 2000… Ad ogni modo, tornando a noi: quali sono le tue fonti di ispirazione quando scrivi un brano?
DAVID – Sono momenti come questi, la conversazione, la televisione… Tengo sempre la tv accesa, so che suona da pazzi, ma è cosi. Sai, sono stato molto in un “van” con i ragazzi, ho viaggiato parecchio, a volte mi trovo a cantare qualcosa sul mio telefono e a comporre qualcosa… A volte vedo qualcuno discutere e allora mi esce qualche parola quando sono seduto fuori. Prendo molta ispirazione dalle attività umane, la maggior parte dei miei testi inizia parlando di qualcosa di brutto, di negativo, ma cerco sempre di raccontare anche belle cose. Con le mie parole voglio trasmettere un messaggio positivo, perché credo che possiamo essere persone migliori. Sai, la gente può essere fottutamente cattiva, è facile fare la feccia, non è così difficile essere carini! A dire il vero, se ti alzi cercando di essere carino, non è poi così difficile metterlo in pratica. Come dicevo prima, la maggior parte delle volte io vado a dormire con la coscienza pulita.

Nasce prima la musica o il testo?
DAVID – A volte mi viene in mente la melodia e cerco di cantare o annotarla sul mio telefono e successivamente la do al mio chitarrista, oppure scrivo la storia e ne canto le parole. Quando decido il tempo delle mie canzoni, come dicevo prima parlando di “Karma”, so già che quello è il mio obiettivo. La mia band cerca comunque di adattarsi e cerca di costruire dei riff attorno alle mie parole. Se qualcosa non mi piace, lo dico e cerco di far capire loro che voglio qualcosa di più moderno con un sound più vibrante perché, siate libere di crederci o meno, a me piacciono le band come i Nickelback. Credo che il loro sound sia veramente buono, le loro lyrics sono grandiose e nascondono anche un grande humor. Mi piacciono molto anche i Disturbed, mi piace molto il loro sound e vorrei adattare una cosa del genere alla mia voce, vorrei farlo con la mia voce. La mia voce si rifà a David Coverdale, Paul Rogers, a volte cerco di incorporare quelle sonorità blues-rock in un sound più moderno.

Quali sono, invece, i tuoi progetti attuali e quali sono quelli futuri?
DAVID – Al momento sto portando in giro “Eat The Heat” perché quell’album non ha avuto lo spazio che meritava. Circa due anni e mezzo fa un amico mi ha proposto di presentarlo in sede live, perché alla gente piace e ad ogni show dei Bonfire che ho fatto, la gente si presentava con la copia del disco e voleva farsela autografare. Vedi la gente dire “Quando uscì il disco, l’ho odiato, ma ora lo amo sempre di più ad ogni ascolto”. Un giorno ho deciso di voler seguire il consiglio e fare questa cosa. Pensa, ho ricevuto persino una chiamata da Barcellona dove mi veniva offerto di fare una data da headliner portando dal vivo l’album. Attualmente sono qui in Italia e suono con una band italiana, in Svezia ero accompagnato da musicisti svedesi e tutti conoscevano l’album perché io sono David Reece. Devo pagare molte tasse e girare per l’Europa per presentare “Eat The Heat”. Ho risposto alla tua domanda? Chiedo scusa, ma sono un po’ stanco. Sto quindi dando all’album lo spazio che merita, tra l’altro il disco ha compiuto 30 anni quest’anno o forse ne compierà 30 a marzo del prossimo anno… è divertente. Per ogni paese abbiamo una maglietta celebrativa diversa, ci sono anche delle bonus track rimasterizzate, suono alcuni classici targati Accept, ma sto facendo questo anche per aprirmi delle porte per quando uscirà il mio disco solista. La cosa è bella, perché ogni volta che ho suonato in un locale, mi è stato chiesto di ritornarci la volta successiva, quindi quando a novembre uscirà questa release tornerò per presentarlo.

Questa era la mia ultima domanda. Ti ringrazio per averci concesso il tuo tempo. Sai, solitamente in chiusura invito l’intervistato a concludere la chiacchierata condividendo le parole finali con i lettori di Metalforce, per cui ti invito a dire la tua, se ti va…
DAVID – Siate veri a voi stessi e non abbiate paura a dire “no”, se non vi piace come vi viene sottoposta la domanda da parte del manager o di un’etichetta, siate liberi di dire no. Se vogliono mettervi sotto contratto ugualmente, dite di no, potrete fare contratti da qualsiasi altra parte. Siate fedeli alla vostra musica, trattate bene le persone, divertitevi e venite agli show di David Reece! Ahahahaha. Grazie di tutto, vi voglio bene ragazzi!