Mike Howe – the metal factor

 

METAL CHURCH: INTERVISTA ESCLUSIVA A MIKE HOWE •

Un anno dopo la calata in quel di Ripatransone, la Chiesa dell’Heavy Metal torna nella penisola, al Blue Rose Fest Open Air dove si trova in compagnia di RawFoil, Demolition Saint, Extirpation, Sign of the Jackal e Game Over! E quando la musica chiama… Metalforce non si fa attendere. Stavolta abbiamo fatto una chiacchierata con Mike Howe, nientemeno che la voce su dischi quali “Blessing In Diguise” (1989) e “The Human Factor” (1991).

Bentornato in Italia Mike! Ti piace suonare qui? E cosa ne pensi dei metallari del Bel Paese?
MIKE
– Sì, mi piace suonare in Italia, i fan qui sono meravigliosi, sempre molto entusiasti! Ogni volta si passano delle belle serate.

Ci puoi dire come e perché ti sei riunito alla band dopo 20 anni?
MIKE
– Lasciai la band perché delle decisioni dal punto di vista manageriale stavano sfuggendo al nostro controllo. Non mi piacevano queste decisione e me ne sono andato molto dispiaciuto perché ero felice di far parte dei Metal Church. Così come sono stato felice di ritornare nel gruppo: lo devo al signor Kurdt Vandehoof, che mi chiamò dicendomi se mi andava di riunirmi a loro. Inizialmente dissi “Staremo a vedere”, poi scrivemmo delle canzoni per vedere come andavano le cose e la chimica era di nuovo buona come anni fa e migliorò nel tempo! Finché migliorerà andremo avanti! Personalmente tornare a cantare nei Metal Church mi fa sentire come quando avevo 20 anni.

Jeff Plate è fuori dalla band, Stet Howland è dentro! Perché avete scelto Howland per sostituire il precedente batterista?
MIKE
– Ce lo hanno suggerito gli déi del metal (ride). Era una amico del nostro bassista Steve Unger, avevano lavorano insieme nel passato (entrambi sono stati nella fila dei Temple of Brutality e nei Where Angels Suffer). È stato Steve a dirci che conosceva un batterista che poteva essere disponibile allora gli dicemmo di contattarlo per sapere aveva la possibilità di venire a suonare con noi e decidere il da farsi. Steve lo chiamò e lo trovò nel momento migliore, in cui non era impegnato in altri progetti. Stet volò da noi, a Seattle, dove facemmo delle prove. Siccome ci sembrava che il suo lavoro nella band funzionasse lo abbiamo testato nell’ultimo tour e ha dimostrare di appartenere davvero al gruppo. Siamo felici averlo con noi, è stata una buona scelta.

È difficile scegliere le canzoni da mettere in scaletta?
MIKE
– Siamo davvero fortunati ad avere questo tipo di “problema”! Kurdt mi ha detto – vista la mole di materiale del passato – che io dovevo scegliere le canzoni che mi diverto a cantare. In questo è stato molto gentile. Scelgo alcuni dei brani registrati con David Wayne (cantante della band nei primi due album Metal Church e The Dark) che mi divertono e alcune delle mie.

Sono passati più di 30 anni da quando avete pubblicato il vostro album d’esordio. Com’è cambiata la scena metal dagli anni ’80 ad oggi?
MIKE
– Secondo me non sono affatto cambiate le grandi cose che l’hanno sempre caratterizzata: la stessa passione, l’amore per la musica, il senso di comunità è rimasto forte e ha portato sempre più gente a farne parte

Secondo te, quale canzoni rappresenta meglio il suono dei Metal Church?
MIKE
– La mia opinione è che le persone tendono a ricordare soprattutto la prima canzone, di un gruppo, che hanno ascoltato e resta nelle loro sinapsi ricordandola come quando erano ragazzini. Io personalmente amo “Fake Healer”.

Quali argomenti vi ispirano i testi delle canzoni? E come nasce una canzone dei Metal Church?
MIKE
– Le questioni sociali, l’attualità. Inoltre Kurdt nel suo studio ha tutti gli strumenti e si fa anche inspirare dalla mia voce, che a mia volta sono influenzato dai suoi riffs. Poi ci mettiamo lui a suonare le melodie e io a tirar fuori le prime parole e i primi pensieri che mi passano per le testa su qualsiasi soggetto o argomento. Cerchiamo di rendere questo processo più naturale possibile, qualsiasi cosa venga fuori deve venire fai nostri cuori ispirata dalla musica. Per prima cosa la musica e vediamo come essa prende forma, se funziona poi arrivano i testi.

Qual è stata la cosa più pazza o più strana che vi è mai capitata da quando siete on the road?
MIKE
– Noi siamo dei ragazzi ordinari, cerchiamo di mangiare, dormire, essere felici per suonare al meglio! Siamo un po’ noiosetti attualmente… ci scateniamo sul palco! Anche se il nostro bassista, Steve, è “pazzerello”

Chi è stato l’artista o la band che ti ha fatto dire: “Da grande voglio essere anche io così”?
MIKE
– Rob Halford e Bon Scott. Volevo essere entrambi: suonavo in una band in cui facevamo loro cover e da loro ho cercato di carpire l’attitudine. Non è successo consapevolmente, è stato un processo interiore.

Nonostante abbiate scritto la canzone “No Tomorrow”… quali sono i vostri piani per il domani, per il futuro?
MIKE
– Innanzitutto devo fare chiarezza sul testo della canzone, che dice “Vivi la tua vita come se fosse l’ultimo giorno sulla terra”. Questo non significa che non c’è un domani, ma che devi vivere la vita intensamente come se ogni giorno fosse l’ultimo! I nostri piani per il futuro: dopo il nostro tour fino alla fine dell’anno lavoreremo alla scrittura del prossimo album.

 

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