“Non ci arrenderemo mai!” parola di Graham Oliver e Steve Dawson

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OLIVER /DAWSON SAXON: INTERVISTA ESCLUSIVA A GRAHAM OLIVER E STEVE DAWSON •

Il Festival “Blues Sotto Le Stelle” dello scorso 5 agosto a L’Aquila, è stato l’occasione per incontrare due dei membri fondatori dei mitici Saxon, ovvero Graham Oliver e Steve Dawson, che, divise le loro strade da quelle di Biff Byford e Paul Quinn alcuni anni fa, hanno continuato la loro collaborazione artistica sotto il nome di Oliver/Dawson Saxon, consolidando così un’amicizia che dura da oltre 45 anni. Ascoltare i loro racconti è come vivere in prima persona un viaggio a ritroso nel tempo con due dei protagonisti assoluti della storia del metal. Ecco cosa ci hanno detto prima del loro fantastico concerto (il cui report potete leggere qui).

Ciao, Graham! Bentrovato. La prima volta che ho assistito ad un tuo concerto fu nel 1981, al Teatro Tenda a Strisce di Roma.
OLIVER – Teatro Tenda… mi ricordo molto bene! Roma, poi Napoli… fu fantastico al Teatro Tenda!

Come è nata la tua amicizia con Steve Dawson?
OLIVER – Lui andava in una scuola vicina a casa mia, aveva un piccolo gruppo a quei tempi e mi invitò a fare una jam con loro, era il 1969, eravamo teenagers e da allora siamo rimasti sempre nella stessa band! Ebbene sì, ci conosciamo fin dai tempi della scuola, quando avevamo 17 anni!

C’è stato subito un feeling speciale con lui?
OLIVER – Sì, certamente! Perché ci piaceva la stessa musica, a lui piacevano i Free, a me piacevano Hendrix, i Cream, erano dei buoni abbinamenti!

Ora che non sei più nei Saxon, hai qualche ripensamento o sei felice così?
OLIVER – No, perché siamo stati io e Steve che abbiamo fondato il gruppo e l’abbiamo sempre portato avanti noi. Gli altri Saxon suonano le mie canzoni come “Power and Glory”, “Never Surrender” ed altre ancora, quindi per me è come una continuazione. Io e Steve continuiamo a suonare le mie canzoni.

Perché la scelta di fare molti dischi live con gli OSD e soltanto un disco in studio, risalente ormai a tre anni fa?
OLIVER – Perché è difficoltoso per noi fare dei dischi in studio. Negli anni ’70 dovevamo combattere per ottenere qualsiasi cosa e lo stesso è ora per me e Steve. Se avessimo le strutture per poterlo fare, sarebbe più facile! Noi abbiamo iniziato un nuovo album a novembre, ma è complicato, dobbiamo fare tutto da soli perché non abbiamo nessuno che ci aiuti. Ma va bene così, perché i Saxon è così che hanno iniziato! Combattere per ogni cosa e non arrendersi mai! Registrando nello studio in Germania, tutti erano entusiasti di quello che stava venendo fuori e ci dicevano che il suono era davvero come quello dei primi Saxon! Come Geezer Butler e Tony Iommi, hanno sempre avuto lo stesso sound, noi abbiamo trovato la nostra combinazione esatta. Ci piace suonare ai festivals e divertirci. Sono molto orgoglioso di aver fatto parte dei grandi Saxon ed essere stato headliner in grandi tour, i Monsters of Rock, avere un pubblico di 13,000 persone. Un periodo meraviglioso! Mi chiedono sempre se un giorno il gruppo tornerà insieme ed io rispondo che potrebbe accadere solo con le giuste motivazioni per fare musica. Mai dire mai!

Come è nata in te la passione per suonare la chitarra?
OLIVER – Sono andato a vedere una band che mio fratello maggiore mi consigliò, una band che si chiamava “The Spencer Davis Group”, avevo 13 anni e il chitarrista, che era anche il tastierista, era Stevie Winwood. Imbracciò una Stratocaster bianca, adesso conosco il blues di Stevie, ma all’epoca non lo avevo mai ascoltato. Fu fantastico! Un anno dopo andai a Sheffield in Inghilterra a vedere Jimi Hendrix e mi fece venire voglia di suonare la chitarra! Poi andai a concerti in zona di Deep Purple, Led Zeppelin, Free!

Sei cosciente di essere stato poi, a tua volta, fonte di ispirazione per le generazioni che sono venute dopo?
OLIVER – E’ bello saperlo! E’ davvero molto bello saperlo! Perché mi ricordo di me e Steve quando eravamo al Whisky A Go-Go a Los Angeles, dovevamo scegliere le bands con le quali suonare, avevamo due cassette e non riuscivamo a decidere perché una era dei Ratt, l’altra dei Metallica. I Metallica erano al loro secondo concerto, in assoluto. Ma alla fine scegliemmo di fare due serate con i Metallica e due serate con i Ratt!

In tutta la tua carriera qual è il pubblico che ti ha più entusiasmato?
OLIVER – In Italia e Spagna abbiamo fatto degli ottimi tour in passato. In Italia abbiamo suonato a Genova, a Milano e tanti altri posti. C’è una buona empatia con l’Italia e alcuni dei paesi Europei, è fantastico! E infatti siamo ancora qui!

Infatti credo che i Saxon sia uno dei gruppi che io ho visto più volte in concerto qui in Italia! Qual’è il disco che secondo te rappresenta di più l’essenza Saxon?
OLIVER – Probabilmente “Power and the Glory”!

Se non fossero esistiti i Saxon, che cosa avresti fatto nella vita?
OLIVER – Oh, non ne ho idea! Avrei fatto qualcosa legato alla musica probabilmente perché ho un feeling particolare con quest’arte! Originariamente, quando stavo a scuola e dovevo lavorare, veramente non mi andava di avere un lavoro ordinario! Non sarei stato bravo in alcun lavoro!

Qual’è il chitarrista che ti ha influenzato di più? Probabilmente mi risponderai Jimi Hendrix…
OLIVER – Mi piace Jimi Hendrix, per le canzoni, l’immagine, adoro l’album “Electric Ladyland”! E quando parlo con le persone, con i chitarristi, come Yngwie Malmsteen, a tutti loro piace Hendrix.

Ecco che ci ha raggiunti anche Steve Dawson, lo conosci?
OLIVER – No, non l’ho mai visto prima! (ride)

Stavamo parlando con Graham del vostro primo concerto a Roma al Teatro Tenda nel 1981…
DAWSON – Sì, al Teatro Tenda! Nel backstage ci fu un po’ di bagarre ed intervenne anche la polizia!

Un altro posto particolare in cui avete suonato a Roma è stato in un cinema, il cinema Castello.
OLIVER – Sì ricordo anche quello!
DAWSON – Sì, me lo ricordo! Fu un bel concerto! Eravamo una delle prime band metal che suonavano in Italia per più di un concerto! Suonammo più di 10 show!
OLIVER – Siamo stati anche al festival di Sanremo se non sbaglio…

Sì, era il 1983! E l’anno prima ci sono stati anche i Van Halen a Sanremo! E i Kiss, ma loro non hanno suonato direttamente, hanno fatto una registrazione dagli Stati Uniti…
DAWSON – Suonammo dopo John Denver che fece “Annie’s song”, in quello show c’erano anche Peter Gabriel e gli Earth, Wind & Fire! Che notte!

Ne è passato di tempo, ma il metal ci mantiene giovani!
DAWSON – Yeah! E anche gli spaghetti! Il metal e gli spaghetti! Soprattutto gli spaghetti! (ride)

Quale è il vostro cibo Italiano preferito? Per esempio al cantante degli Steelheart piacciono molto le linguine allo scoglio!
OLIVER – Pasta alla puttanesca!
DAWSON – Ogni tipo di spaghetti!
OLIVER – Con il peperoncino!
DAWSON – Con il pesce! Ma il mio cibo preferito in assoluto è il curry indiano!

Torniamo alla musica. La tua band preferita, Steve?
DAWSON – Dalla mia gioventù direi Cream o Free, mi piace Roger Waters, ora ascolto ogni band che mi piace.

Una domanda che già ho fatto a Graham poco fa, ora la pongo a te, Steve: cosa ti ha ispirato ad iniziare a suonare?
DAWSON – A scuola durante l’ora di cena mettevano i dischi dei Beatles e il modo di suonare il basso di Paul McCartney si notava, non era come il basso rock’n’roll di Elvis Presley, un walking bass. Questo era una melodia, un complemento della canzone stessa. E vennero band come i Rolling Stones, Jimi Hendrix e poco dopo i Led Zeppelin. Chiunque potesse scrivere una bella melodia, per me era un’ispirazione. Non sono un grande fan dei musicisti virtuosi, ma della band in tutta la sua interezza.

Più semplice è, meglio funziona?
OLIVER – 50 milioni di copie di “Back in Black” degli AC/DC lo provano! Credo che più facile è da suonare e più facile è da ascoltare!
DAWSON – Per creare una melodia vincente, potente, deve essere semplice, o deve sembrare semplice. Se è troppo complicata, allora diventa debole.

Vediamo se anche tu, Steve, rispondi come Graham: qual’è il disco che per te è più rappresentativo dei Saxon?
DAWSON – “Power and the Glory”!
OLIVER – Pensavo dicessi “Innocence”! (“Innocence is non Excuse” – n.d.r.)
DAWSON – Non riuscirò mai a capire perché alla stampa musicale nel Regno Unito non sia piaciuto quel disco! (“Power and the Glory” – n.d.r.) Eppure le canzoni sono davvero potenti e il sound in generale è potente.

Era stato scritto per la guerra nelle Falkland, giusto?
DAWSON – Sì, esatto! Scrivemmo anche la canzone “Broken Heroes” come punto di riferimento per tutte le guerre. Per ciò che stava accadendo ed era accaduto.

Adesso lo chiedo anche a te, Steve, per verificare. Come è nata la vostra amicizia? Vediamo se rispondi allo stesso modo!
DAWSON – Ero amico di scuola con un batterista ed un chitarrista e con Graham ci incontrammo per una jam a casa del fratello del batterista, che era vuota. Lui la utilizzava per esercitarsi. Non suonavamo molto insieme, ma ci piaceva. Il nostro chitarrista dell’epoca era bravo solo a suonare la chitarra ritmica, non era capace a fare le parti soliste. Così gli chiesi se conosceva qualcuno che venisse a suonare la solista nella band. Chiamarono Graham e fino ad allora in realtà io non avevo mai suonato con qualcuno che sapesse davvero suonare la chitarra! Abbiamo fatto questa jam session e Graham ha suonato per circa un’ora. Ci piaceva suonare rock, all’epoca andava molto l’improvvisazione, come i Cream, iniziavano “Crossroads” e andavano avanti per circa mezz’ora! Era quello che provavamo a fare anche noi.

Un paio di curiosità ora: prima di tutto vorrei sapere che fine hanno fatto i baffoni che portavi?
DAWSON – Li avevo tolti, poi li avevo fatti ricrescere. Poi col passare degli anni diventavano grigi, così dovevo tingerli di nero, ma era una vera scocciatura! Potrei mettere quelli adesivi! (ride)

Quando eravate giovani ed avete cominciato a suonare, i vostri genitori erano contenti per il genere musicale che avevate scelto?
DAWSON – I miei genitori non mi hanno mai visto suonare in un concerto! Mi hanno visto direttamente in TV. Sono sempre stati all’antica, volevano che facessi il falegname, il meccanico o un mestiere del genere. Finché non mi hanno visto in un programma TV in Inghilterra che si chiama “Top Of The Pops” e mia mamma era seduta davanti alla TV e quando tornai a casa mi disse: “Oh bene, bravo!”. Ma fino a quel momento non voleva che suonassi. A quei tempi eravamo cinque ragazzi che andavano in giro su un furgone e che suonavano ovunque, non stavamo mai a casa! Per cui non vedevo molto spesso i miei genitori.
OLIVER – Mio padre aveva rotto con me, lui era sempre al lavoro e non è mai stato coinvolto nelle mie attività, se lo fosse stato, probabilmente non avrei avuto questo spirito libero, questa libertà. Non c’erano neanche dei soldi coinvolti in questa storia e noi venivamo pagati il necessario per vivere. Gli show erano pagati l’equivalente di 10 euro! E se pensi che per raggiungere Londra ci costava 50 Euro! Nel 1974 suonammo allo Speak Easy, c’erano tutti! Tra il pubblico c’erano Johnny Winter e Ian Paice e suonammo per l’equivalente di 20 Euro! Guidammo 4 ore all’andata e 4 ore al ritorno.
DAWSON – Volevamo solamente suonare! I soldi non erano importanti!
OLIVER – Poi il nostro cantante se ne andò e Steve pensò di smettere di suonare il basso per cantare, ma provammo a contattare Biff, avevamo un suo demo, in quel periodo cantava nella band che si chiamava Coast. Il suo batterista se n’era andato, il nostro cantante idem, per cui lo chiamai e gli chiesi se voleva venire a cantare con noi. Così lui venne insieme a Paul (Quinn – n.d.r.), il suo chitarrista, Biff suonava anche il basso, così abbiamo avuto una band con due bassi per un po’!
DAWSON – Ma ad un certo punto gli dissi: “C’è lavoro solo per un basso in questa band. Ed è mio!”. Così iniziai ad esercitarmi molto per fare del mio meglio! Non capivo perché Biff non voleva mollare quel basso. Quando canti ed hai uno strumento come una chitarra o un basso, è come uno scudo tra te e il pubblico. Quando sei lì in piedi a cantare, non c’è niente tra te e i tuoi fans, solo la tua voce! Biff si rivelò un grande cantante! E ti dirò di più: lui è sempre migliorato crescendo, al contrario della maggior parte dei cantanti che perdono la loro grinta. E’ naturale perdere potenza nella voce con l’età, ma per lui è stato il contrario, lui l’ha migliorata ed è diventata sempre più potente!

Con l’età la voce diventa peggiore e si canta peggio, è fisiologico.
DAWSON – Esattamente! Guarda David Lee Roth! E’ una cosa veramente triste. E non so perché.

Ora un paio di domande sui vostri inizi: la prima è perché avete cambiato il vostro nome da “Son of a Bitch” a “Saxon”?
OLIVER – Perché è una parola troppo brutta in America.

Cosa vi ha fatto pensare al nome Saxon?
OLIVER
– Durante un meeting alla casa discografica, lo abbiamo deciso insieme ad un ragazzo che lavorava lì.
DAWSON – Avevamo un amico nella nostra cittadina, era un’artista, dipingeva e andammo da lui e gli dicemmo che avevamo cambiato nome alla band perché avremmo dovuto fare un disco. Gli chiedemmo di farci un logo, così lui ci presentò questo logo con la S formata da due asce. Veramente quando lo vedi scritto in quel modo, lo vedi davvero diverso! Più bello!

Quando avete capito che potevate fare il grande salto?
OLIVER – Il processo fu lungo, durò almeno due o tre anni.
DAWSON – A quei tempi era tutto molto diverso da ora, perché per fare un disco ed averlo pubblicato, dovevi avere una casa discografica alle spalle ed un contratto con questa. Ora tutte le band possono fare dei cd e farne delle copie in una qualità quasi perfetta. Prima se lo facevi da solo era davvero costoso e se lo facevi comunque, la qualità che ne usciva era comunque pessima, da amatore diciamo! Prima il processo con le case discografiche era questo: scrivi delle canzoni, registrale e vai in tour, scrivi delle canzoni, registrale e vai in tour e via così. Ci dicevano loro cosa dovevamo fare.

Come è stato l’impatto di passare a suonare dai piccoli club a suonare davanti a migliaia e migliaia di persone?
OLIVER – E’ una cosa strana perché è una cosa graduale. Non accade da un momento all’altro, è un processo molto graduale. Probabilmente l’unica cosa di cui ti rendi conto ad un certo punto, prima di salire sul palco in un grande concerto dove il pubblico è davvero numeroso, è sentire diecimila persone che gridano! Non pensi più alla differenza, lo fai e basta. E ti diverti!

Quando è stato il momento in cui avete pensato “Ok, ce l’abbiamo fatta!”?
OLIVER – Quando tutto si muove così velocemente, tutto ti sembra strano. Probabilmente capisci qualcosa quando il tuo album entra in classifica direttamente al quinto posto, allora lì inizi a realizzare!
DAWSON – Quando vai al supermercato a comprare del cibo, o del formaggio e i ragazzi vogliono seguirti! Le persone ti vogliono salutare, ma hanno timore, hanno paura! Così rimangono lì e ti guardano e basta. Così dico: “Che facciamo? Potete dir loro che possono chiedermi un autografo!”. Realizzi che sei popolare e la gente ti riconosce. Sei in TV, sei sulla BBC, vai in America a suonare, con la tua band! Come avevi sempre sognato!

Vi è mai successo di suonare in apertura per una band per poi ritrovarvela come vostro gruppo di supporto?
OLIVER – Con molti gruppi, è successo diverse volte, sia in un verso che nell’altro! Prima aprirono i nostri concerti, quando erano band sconosciute, poi fummo noi ad aprirli a loro!

Se vi guardate indietro, al passato, c’è qualcosa che non rifareste o cambiereste?
OLIVER – Cambierei qualcosa del management.
DAWSON – Musicalmente non cambierei nulla. Per quanto riguarda il lato della gestione finanziaria del management, sarebbe completamente diverso. Cinque ragazzi che venivano dallo Yorkshire, non pensavamo ai 50.000 dollari per fare uno show! Noi volevamo solamente suonare! Il tipo che ci organizzava i concerti aveva i nostri soldi e li teneva ben nascosti, so che è capitato a molte altre band!

Un’ultima domanda: in Italia sempre una toccata e fuga! Perché non fate mai un tour?
OLIVER – Perché è difficile ottenere quel tipo di supporto dai promoters, noi siamo pronti a farlo e siamo pronti a suonare in un festival!

Siete orgogliosi di aver fatto crescere me ed altri della mia generazione con la vostra musica?
DAWSON – Sì, lo siamo! E siamo anche molto riconoscenti! Possiamo solo che essere grati per quello che state facendo anche ora, continuando ad organizzare concerti, ascoltando la nostra musica e continuando a supportarci!

 

si ringrazia per la traduzione Connor

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