Anvil & Trance – back to the ’80s al Jailbreak

ANVIL + TRANCE + GRAVESTONE + UNDERBALL
live @ Jailbreak, Roma
– mercoledì 7 marzo 2018 –

 

 

LIVE REPORT •

 

Tornano nella capitale i canadesi Anvil, pronti a forgiare tonnellate e tonnellate di metallo pesante sulla loro incudine. La band ha intrapreso un nuovo tour europeo per presentare il nuovo disco “Pounding The Pavement”, loro diciassettesimo album. Ad arricchire il già gustoso piatto, ci sarà una storica formazione del metal europeo, i tedeschi Trance, loro compagni di viaggio in questo nuovo tour. Il tutto, ovviamente, nella bella cornice del Jailbreak Live Club, sempre pronta a dare il meglio ai metallari romani.
Un evento targato Altamira atteso con impazienza da noi headbangers… e allora… che lo spettacolo cominci!

Underball
Ci sono altre due band capitoline a dare il via alle danze. Si inizia con i simpatici Underball, combo dedito al thrash/crossover più “ignorante” (passatemi il termine) a cavallo tra Agnostic Front e Municipal Waste, ovviamente con le dovute differenze, ci mancherebbe.
Irriverenti, sfrontati, caciaroni, questi 5 ragazzi ci hanno tenuto compagnia per una mezz’ora abbondante, con un sound immediato, senza grandi pretese, alternato a battute scherzose ed ammicchevoli riferimenti porno/sex tanto per creare una calda atmosfera in allegria.
Certo, non ci troviamo di fronte, tecnicamente parlando, ai Dream Theater del crossover romano, ma viene da sé che gli Underball hanno quella schiettezza e l’umiltà che spesso manca a band anche più blasonate, avendo suonato in assoluta pace con il mondo intero, come dire: “siamo qui per divertirci e farvi divertire, nulla più”… e da questo punto di vista ci sono pienamente riusciti.
Poi poco importa se i brani possano sembrare, ad un primo ascolto, molto simili tra loro o abbiano una costruzione semplicistica, non andiamo ad analizzare questo aspetto della loro performance, quello che conta è farlo con grande passione e, soprattutto, mettendoci la faccia, o meglio, il deretano e su questo l’istrionico singer John Von Lovers è sicuramente il numero uno: il suo saluto finale al pubblico mostrando le terga è da applausi!
Il pezzo migliore? Sicuramente la conclusiva omonima “Underball”: con quella hanno fatto emergere il loro lato migliore… non il lato B, ma quello musicale, ovviamente! In bocca al lupo per il tour, ragazzi.

Setlist:

  1. John Von Lovers
  2. Squirt On My FAce
  3. Mother
  4. Milf
  5. Underball

UNDERBALL lineup:

  • John Von Lovers – Vocals
  • Pekkia – Guitar
  • Zorro – Guitar
  • Motoreddu – Bass
  • Sex Lex – Drums
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foto: 
 Stefano Panaro

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Gravestone
Entrano ora in scena i Gravestone, band molto apprezzata nell’ambito dell’underground romano. Fautori di un death metal molto tecnico, i Gravestone hanno ancora una volta dimostrato, sul palco del Jailbreak, tutte le loro qualità.
Le particolari atmosfere create dal loro sound ci trasportano nei tetri meandri del lato più oscuro del metal, disegnando, nota dopo nota, un panorama musicale apocalittico molto coinvolgente.
Non sono un seguace di questo genere, ma va dato atto ai Gravestone di riuscire a coinvolgere l’ascoltatore con i loro brani, grazie ad una costruzione particolareggiata e molto interessante, nonché, naturalmente, alla loro tecnica strumentale di cui sono dotati individualmente.
I riff gravosi e ferali di Marco Borrani e Gabriele Maschietti, uniti alle cupe intersezioni create dalle tastiere di Massimiliano Buffolino fanno da cornice alla mefistofelica figura del cantante Daniele Secco Biagiotti che con il suo canto gutturale rende ancor più sinistro il loro sound.
David Folchitto e Maax Salvatori formano una perfetta e metronometrica sezione ritmica che, con il loro pressante ritmo accompagna pezzi come “Corpse Embodiment” o “Proud To Be Dead”, a dimostrazione del fatto che anche in Italia possiamo vantare gruppi di un certo valore e caratura.
L’unica loro colpa è proprio quella di essere nati in un Paese, come il nostro, dove la cultura musicale metal non ha mai trovato sbocchi. C’è da chiedersi se una band come la loro, in ambito estero, come potrebbe essere per esempio la Finlandia, avrebbe avuto un approccio diverso, come è accaduto ai Wintersun con il loro crowdfunding che ha avuto un forte riscontro positivo e li ha portati al successo.
Per il momento i Gravestone non raccolgono fondi, ma i tanti e meritati applausi del pubblico del Jailbreak: non saranno remunerativi, ma hanno lo stesso un grande valore per chi butta sudore su di un palco.

Setlist:

  1. Corpse Embodiment
  2. Flagellation
  3. Eyes whitouth sight
  4. Proud to be Dead

GRAVESTONE lineup:

  • Daniele Secco Biagiotti – Vocals
  • Marco Borrani – Guitar
  • Gabriele Maschietti – Guitar
  • Maax Salvatori – Bass
  • David Folchitto – Drums
  • Massimiliano Buffolino – Keyboards
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foto: 
 Stefano Panaro

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Trance
Ed ora giriamo pagina.. ma al contrario! E sì perché cominciamo a sfogliare capitoli di storia passata, ma mai dimenticata: è il momento dei Trance. Con loro riviviamo la magica epopea ottantiana del metal più classico, una boccata di puro heavy metal da respirare a pieni polmoni.
Una storia controversa quella dei Trance, con cambi nome, split-up, abbandono delle scene ed ora un ritorno alla grande, come ci hanno dimostrato qui al Jailbreak.
“Heavy Metal Queen” dà il via a quella che sarà una retrospettiva sui grandi classici che hanno forgiato lo spirito della band teutonica. Nessuno spazio al loro ultimo album, “The Loser Strikes Back”, quello che li ha visti tornare in studio lo scorso anno, ma solo ed unicamente un set completamente imperniato sui primi tre monumentali album.
E così eccoli riproporre la trascinante “Sensation”, la rocciosa “Break Out”, la coinvolgente “We Are The Revolution” che il giovanissimo singer Nick Holleman fa cantare a tutti noi.
Già, Nick Holleman: un ragazzino in mezzo a quattro imperterriti old rockers. Il bravissimo Nick strabilia tutti con la sua vocalità, tra acuti stratosferici e rabbiose aggressioni vocali: un vero portento della natura. Avevo avuto modo di apprezzarne le sue grandi qualità qualche tempo fa a dei live con i Vicious Rumors e riascoltarlo ora, è stato nuovamente un grande piacere. Nick ha dimostrato di possedere un range vocale che ben si adatta tanto al sound di stampo americano dei suoi vecchi compagni, quanto a quello roccioso di chiara provenienza germanica. Strabiliante!
E i suoi attuali compagni? Beh, a dispetto dei dati anagrafici (e in questo Lips degli Anvil ha pienamente ragione: poco dopo, infatti il poliedrico chitarrista canadese ci dirà che l’età è solo un numero), gli altri membri dei Trance (di cui tre facenti parte della formazione originale) tirano fuori una grinta e una carica veramente invidiabile, tra le graffianti schitarrate di Markus Berger (fondatore della band) e di Eddie St. James, supportati dalla granitica sezione ritmica formata dagli altri due membri originali Thomas Klein e Jürgen Baum. La conferma che il metal mantiene giovani!
E quando poi esplode “Shock Power”, l’headbanging in sala diventa sfrenato: una vera e propria “trasfusione” di puro e potente metallo, tanto per riprendere l’immagine di copertina del loro secondo album “Power Infusion” dove si vedeva, appunto, un metallaro iniettarsi una massiccia dose di energia da un amplificatore Marshall.
Che dire… il ritornello proprio dell’ultimo brano in scaletta, riassume appieno la serata:

“Magic forces
Magic energy…
Shock power!
Sound n’ action
Give me satisfaction…
Metal power!”

Bentornati, Trance!

Setlist:

  1. Intro: Mercurial
  2. Heavy Metal Queen
  3. Sensation
  4. We Are The Revolution
  5. Break Out
  6. Confession
  7. Burn the Ice
  8. Break The Chains
  9. Loser
  10. Shock Power

TRANCE lineup:

  • Markus Berger – Guitar
  • Thomas Klein – Bass
  • Eddie St. James – Guitar
  • Jürgen Baum – Drums
  • Nick Holleman – Vocals
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foto: 
 Stefano Panaro

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Anvil
L’ondata di metallo anni ’80 di questa sera, non si ferma qui: ci sono gli Anvil!
La sala si è andata pian piano riempiendo a metà, anche se, da vecchio metallaro, speravo in una risposta più corposa da parte del pubblico romano. E non ci sono giustificazioni: intemperie o meno era doveroso essere qui al cospetto di una band seminale, prolifica e scevra a qualsiasi compromesso come lo sono gli Anvil.
Quindi, solita tiratina di orecchi ai pigroni metallari romani. E mentre loro si crogiolano nel caldo tepore casalingo, noi ci godiamo, letteralmente, il trio canadese.
“We are Anvil and we play true fuckin metal” – ci annuncia Lips parlando attraverso i pick-up della sua chitarra – e la strumentale “March Of The Crabs” irrompe prepotente nei nostri padiglioni auricolari.
Gli Anvil sono una band che spacca, la loro inesauribile energia non ha flessioni, nonostante il trascorrere del tempo. Lips è il solito perenne “bambinone”, un eterno Peter Pan che continua (a 62 anni) a scherzare, ridere, correre e macinare metallo su metallo (ogni riferimento a “Metal On Metal” non è puramente casuale) come trent’anni fa.
Pezzi come “666”, “Ooh Baby” o “Winged Assassin” hanno fatto la storia del metal e continuano, oggi come allora, ad emozionarci: brani senza tempo che i tre sul palco sparano uno dietro l’altro senza un attimo di tregua, neanche fossero dei ragazzini con tanta voglia di travolgere tutto e tutti.
A canzoni così storiche, affiancano brani del nuovo corso, ma che non avrebbero sfigurato nei loro primi album. E così ecco “Badass Rock’n’Roll” o, tra le altre, la recentissima “Doing What I Want”, perché in fondo questo è il loro marchio di fabbrica e continuano a fare, proprio come dice il brano, quello che vogliono, senza cedere a seduzioni commercialio ad assoggettarsi al music-business.
Gli Anvil sono sempre stata una band fuori dalle regole ed hanno seguito sempre la loro strada, in fondo un po’ come i Motörhead e il loro fondatore Lemmy, a cui Lips dedica “Free As The Wind” (mai titolo fu più esplicativo) non prima, però, di aver condiviso con noi un simpatico ricordo dello scomparso bassista.
Ma non c’è tempo per i sentimentalismi, qui si picchia duro e sodo e chi meglio di Robb Reiner può farlo dettando il ritmo forsennato di “Mothra”, mentre Lips “eccita e sollazza” la sua chitarra con un vistoso vibratore?
Ma gli Anvil non sono soltanto musica, sono anche divertimento e intrattenimento: i simpatici siparietti e balletti che lo stesso Lips improvvisa insieme all’estroso Chris Robertson, sono lo spettacolo nello spettacolo e coinvolgono tutto il pubblico in estasi davanti a loro.
Anche la tecnica fa, però, parte del loro bagaglio musicale: basti ascoltare (e vedere) Robb in azione con la sua batteria in “Swing Thing” con un assolo da capogiro che fa scattare una lunga standing ovation. Magico!
Il tempo è poco, l’ora è tarda e i brani sono tanti, qualche taglio è necessario alla scaletta, ma non poteva mancare, prima del gran finale, una pietra miliare come “Metal On Metal”, che tutti quanti cantiamo in coro insieme a loro.
Chiudono con “Running” ed una folle corsa in scena del duo Lips /Chris che hanno ancora energia da vendere dopo aver suonato per quasi un paio d’ore.
E’ il momento di rendere omaggio a questo super-trio e i nostri prolungati applausi accompagnano la loro uscita di scena, consci di aver assistito, ancora una volta, ad una grande loro performance, a dimostrazione che la vecchia scuola è sempre la migliore.

Un ringraziamento va, senz’altro, ad Altamira Events e al Jailbreak per averli portati nuovamente nella nostra città. Ma non finisce qui, perché i loro “Corsi di Storia del Metal” continueranno la prossima settimana con l’arrivo di Phil Campbell e i suoi Bastard Sons, quindi siete avvisati: non ci saranno giustificazioni che tengano per eventuali assenze!

Setlist:

  1. March of the Crabs
  2. 666
  3. Ooh Baby
  4. Badass Rock ‘n’ Roll
  5. Doing What I Want
  6. Winged Assassins
  7. Free as the Wind
  8. On Fire
  9. This Is Thirteen
  10. Mothra
  11. Bitch in the Box
  12. Daggers and Rum
  13. Swing Thing (drum solo)
  14. Ego
  15. Metal on Metal
  16. Running

ANVIL lineup:

  • Lips – Vocals/Guitars
  • Robb Reiner – Drums
  • Chris Robertson – Bass
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foto: 
 Stefano Panaro