Jinjer: piccanti groove al Traffic

JINJER + MINDAHEAD + MYR + REAPTER
live @ Traffic, Roma
– domenica 14 maggio 2017 – 

 

LIVE REPORT •

Tornano in Italia, stavolta da headliner, i Jinjer, band ucraina che ha trovato un posto saldo nel panorama deathcore/djent/progressive moderno mondiale. A portarli nella capitale è stata la Crown Metal, responsabile anche della data fiorentina: la giovane agenzia sta crescendo sempre più sia sul fronte nazionale che su quello internazionale. A fare da supporto agli ucraini, tre band del roster della Crown e della discografica Revalve Records: i Reapter, i MYR ed i MindAheaD (questi ultimi in apertura ai Jinjer anche a Firenze).

Reapter
Ad aprire le danze ci sono i Reapter, band romana operante da più di 10 anni con all’attivo due album, di cui l’ultimo pubblicato tramite Revalve Records. Purtroppo il quintetto non ha di fronte a sé un pubblico numeroso, sicuramente complice la partita di pallone. Nonostante un po’ di imbarazzo, tuttavia la band ha tutte le carte in regola per dimostrarsi un’ottima formazione dal punto di vista live. I Reapter presentano un thrash metal abbastanza tradizionale, innovato però da venature progressive. I brani si districano fra momenti melodici e sezioni più aggressive, in brani dalle strutture non banali (ad esempio “Time Lapse” o il singolo “Useless”). I virtuosismi sono presenti (da parte di entrambi i chitarristi e del bassista), ma sono ben dosati e mai eccessivi. Molto buona la performance del cantate Claudio, che si districa tra strofe sporche e piacevoli parti più pulite. Forse il sound della band non si distingue per originalità, ma i pezzi hanno dinamiche ben curate, ed il quintetto sa tenere il palco senza annoiare. Con la potente “Tsunami” i Reapter salutano il pubblico romano.

Setlist:

  1. Repeat
  2. Time Lapse
  3. Useless
  4. Carnage
  5. Life And Horror
  6. Tsunami

REAPTER lineup:

  • Claudio Arduini – Vocals
  • Max Pellicciotta – Guitars
  • Daniele Bulzoni – Guitars
  • Jury Pergolini – Bass
  • Emiliano Niro – Drums
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foto:
 Stefano Panaro

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Myr
Il secondo atto della serata è affidata ad un’altra band romana, i MYR, anche loro sotto Revalve Records. Ammetto la difficoltà nel dare un’etichetta alla musica di questa formazione: è metal ma con ampie sezioni non metal, il sound è a tratti psichedelico, ma a chiare tinte progressive. La performance risulta (forse un po’ troppo) focalizzata sul cantante e chitarrista Enrico, il quale spesso più che cantare sembra recitare, vestendo il ruolo di un personaggio folle e teatrale allo stesso tempo. I pezzi stessi hanno strutture sfuggenti, con elementi spesso inaspettati (come delle tastiere orientaleggianti in “Black Sea” o sezioni elettroniche in “Envy”): si ha l’impressione di entrare in un tetro teatro dell’assurdo. L’acustica del posto ha forse penalizzato le chitarre e il basso, pertanto il set è risultato un po’ monotono e gli arrangiamenti non sono emersi come forse farebbero se sentiti su disco. Molto belle invece le parti di batteria, sempre varie e discorsive, mai banali. Probabilmente il loro sound è un po’ fuori contesto in una serata del genere, ma certamente i MYR hanno un’identità unica e ben distinguibile (cosa alquanto rara al giorno d’oggi), con il loro mix malato che sembra fondere i Pink Floyd dei primi dischi con le folli interpretazioni del Roger Waters di “The Final Cut” unendovi il sound di Tool, Devin Townsend e altri in modo certamente originale.

Setlist:

  1. Addiction
  2. Snake Charmer
  3. Black Sea
  4. Of Porn And Deception
  5. Envy
  6. Habits
  7. Monster Love

MYR lineup:

  • Enrico Giannacco – Vocals, Guitars
  • Nunzio Sannino – Guitars
  • Dario Morgillo – Keyboards
  • Simone D’Alessandri – Bass
  • Luca Zamberti – Drums
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foto:
 Stefano Panaro

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MindAheaD
Ultima band prima degli headliner, i pisani MindAheaD. La formazione colpisce anche solo visivamente, per la presenza, oltre ai canonici due chitarristi, bassista e batterista, di due voci, maschile sporca e femminile pulita. Ma nulla a che vedere con lo stereotipo ‘beauty and the beast’! La band presenta un progressive metal dalle tinte molto contrastanti fra loro, che si possono dedurre già dal loro nome, che oppone (ed unisce) pensiero e corpo, razionalità e follia. Già dal primo brano “Three Sides Of A Dangerous Mind” si nota la giustapposizione tra sezioni aggressive, quasi death metal, a momenti molto melodici, elementi che a volte si contrappongono, a volte si mescolano. Lo stesso elemento si coglie in “…On The Dead Snow”, singolo del quale è presente anche un video:  intricate sezioni strumentali si alternano a momenti di più facile ascolto. Notevoli le doti vocali di Kyo, che sa alternare potenti acuti e sezioni di rara delicatezza. Particolare menzione merita una cover di “Careless Whispers” di George Michael, perfettamente riadattata al sound della band, con un meraviglioso finale con assolo di chitarra di Nicola, assolo di basso di Matteo e nuovo assolo di chitarra di Guido. Ma il pezzo più efficace dal vivo è “The Mask Through The Looking Glass”, per il quale Kyo si esibisce alternando tre diverse maschere. Così questa band sicuramente interessante chiude il set, la cui unica pecca forse sono state chiacchiere un po’ eccessive tra un pezzo e l’altro.

Setlist:

  1. Three Sides Of A Dangerous Mind
  2. …On The Dead Snow
  3. Reimain Intact
  4. Mind Control
  5. Careless Whispers (George Michael cover)
  6. The Mask Through The Looking Glass

MINDAHEAD lineup:

  • Kyo Calati – Vocals
  • Frank Novelli – Vocals
  • Nicola D’Alessio – Guitars
  • Guido Scibetta – Guitars
  • Matteo Prandini – Bass
  • Matteo Ferrigno – Drums
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foto:
 Stefano Panaro

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Jinjer
Sono quasi le undici quando gli headliner salgono sul palco, e finalmente il pubblico ha raggiunto una cifra piuttosto consistente. Il quartetto ucraino, nome di spicco nell’ambito deathcore/groove metal/djent, inizia il set con la travolgente “Who’s Gonna Be The One”, tratta dal loro primo full-length “Cloud Factory” del 2014. Il tour attuale è però in supporto del loro album più recente, “King Of Everything”, rilasciato tramite Napalm Records quasi un anno fa. Il disco rappresenta la maturità della band, nel giusto equilibrio tra il death più travolgente ed il progressive metal moderno più cervellotico. E su questa scia di varietà prosegue la scaletta: da un deathcore più standard con “Words Of Wisdom”, si passa all’estrema “Sit Stay Roll Over”, per poi virare sulla groovosa e progressiva “I Speak Astronomy” (questi ultimi sono due singoli tratti dall’ultimo album). La frontwoman Tatiana è una vera bestia da palcoscenico: salendo sui monitor torreggia minacciosa ed aggressiva sul pubblico, in un continuo dialogo con gli spettatori. Non per questo passano in secondo piano le sue doti vocali: se il suo asso nella manica è un growl cattivissimo, quasi mostruoso, Tatiana vanta anche una certa versatilità nel cantato pulito, che presenta molti spunti tratti dal soul e dal rock. Non meno d’impatto risultano il bassista Eugene ed il chitarrista Roman, che dietro ad un’apparenza di musicisti nu metal dal look un po’ adolescenziale celano musicisti competentissimi che si destreggiano tra abili groove senza distogliere l’attenzione dal dialogo col pubblico. Fa la sua bella figura anche il batterista Vladislav, ormai in pianta stabile nella band da circa un anno, che all’aggressività di ritmiche death/thrash e blast beat mischia groove di matrice jazz. Un momento di relativa tranquillità si ha con “Pisces”, a mio parere uno degli highlight di “King Of Everything”, col suo sound molto malinconico e progressive: il pubblico ne è catturato. Ma si riparte a tutta carica con il brano in russo “Желаю – Значит Получу” (in inglese “I Want It I’ll Get It”), e finalmente qualcuno fra il pubblico fa partire il pogo. Nonostante un’identità ben coerente, la band attinge dai due album brani molto eterogenei, e rende il set sempre variegato e coinvolgente. La fine del set è affidata ad una tripletta tratta dal primo album (“Outlander, “No Hoard Of Value” e “Cloud Factory”) suonata senza riprendere fiato, ed il set si conclude con “Bad Water”. Ma il pubblico acclama la band a piena voce: ed eccoli rientrare per suonare un’ultima traccia, “Scissors”, cantata da gran parte dei presenti. La band saluta il pubblico mentre in sottofondo risuona l’outro dell’ultimo album.
I Jinjer sono una di quelle band che non ha bisogno di nulla (se non di un palco e della strumentazione) per fare uno show memorabile: niente fronzoli, niente scenette, solo la musica e tantissima energia. Energia che forse non è stata recepita subito dal pubblico: mi sarei aspettato pogo selvaggio per tutto il concerto, invece i presenti hanno per lo più ascoltato la musica in maniera stranamente composta, salvo qualche momento più scatenato. Ma ciò non ha inficiato la serata nel suo complesso: la vera pecca è stata la scarsa presenza di persone durante i set delle band spalla. Pertanto ringraziamo di cuore la Crown Metal per aver portato questa band fantastica nella capitale e per aver organizzato con molta professionalità questa serata.

Setlist:

  1. Who’s Gonna Be The One
  2. Words Of Wisdom
  3. Sit Stay Roll Over
  4. I Speak Astronomy
  5. Just Another
  6. Under The Dome
  7. Pisces
  8. Желаю – Значит Получу (I Want It I’ll Get It)
  9. Captain Clock
  10. Outlander
  11. No Hoard Of Value
  12. Cloud Factory
  13. Bad Water
  14. Scissors

JINJER lineup:

  • Tatiana Shmailyuk – Vocals
  • Roman Ibramkhalilov – Guitars
  • Eugene Kostyuk – Bass
  • Vladislav Ulasevish – Drums
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foto:
 Stefano Panaro