A tout le monde… we are Megadeth!

MEGADETH + TRIVIUM + LAST IN LINE
live @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi)
– martedì 8 agosto 2017 –

 

LIVE REPORT •

Megadeth e Trivium: leggende e promesse, vecchie glorie e giovani certezze… insomma, potremmo continuare a lungo il confronto, ma, a conti fatti, più che in un rapporto di discendenza, viene quasi spontaneo individuare, nelle due compagini, elementi speculari, o meglio, complementari… come fossero due facce della stessa medaglia. La rabbia e la voglia di puntare sempre più in alto, ben visibili negli occhi di Matt Heafy e soci, da una parte, e dall’altra il declino, ben più che dignitoso (non fraintendetemi, “Dystopia” è un ottimo lavoro), ma comunque innegabile, di una band che “in alto” c’è stata eccome e che ora deve scendere a patti con il tempo che scorre. Più che mescolanza di generi, il concerto ci offre un’istantanea di due momenti diversi di uno stesso fenomeno, ovvero di una carriera musicale… come se si potesse rimanere in piedi e ammirare il sorgere e il calar del sole, all’unisono.

Last In Line (report a cura di Rockberto Manenti)
Ascoltando i commenti tra il pubblico, in attesa dell’apertura dei cancelli, non erano in molti coloro che sapevano di trovare, sul palco del Carroponte, anche i Last In Line. E non penso che tutti, soprattutto i più giovani, abbiano avuto conoscenza di chi si trovassero di fronte in quel momento. Beh, è ovvio che chi segue il metal dagli albori abbia letteralmente “goduto” all’idea che un certo Sig. Vivian Campbell ed un certo Sig. Vinny Appice avrebbero di lì a poco fatto il loro ingresso (e presumo non abbiano bisogno di presentazioni. In ogni caso c’è la ricerca Google, ma in questo caso, se lo fate, significa che non conoscete le basi storiche dell’hard rock e del metal). E quando poi le note di “Stand Up And Shout” sono esplose in tutta la loro potenza… beh, a quel punto non c’è stata più storia. Anzi, direi che la storia ha dato prepotentemente il via alla serata.
I Last In Line non sono altro che l’unica reincarnazione autentica della band di Ronnie James Dio, e se non fosse stata per la (relativamente) recente scomparsa di Jimmy Bain, avremmo avuto la formazione al completo (eccezion fatta per il grande Ronnie, ovviamente).
Non solo hanno dato prova di essere un grande gruppo, contando anche su elementi come Phil Soussan (per chi non lo sapesse è stato bassista di Ozzy Osbourne nel periodo di massimo fulgore) o Erik Norlander, grande polistrumentista (qui alle tastiere), ma hanno dimostrato che la vecchia scuola è sempre la migliore e che ha ancora molto da insegnare alle giovani leve.
Tra le immortali riproposizioni di brani come “Last In Line” e “Rainbow In The Dark”, spuntano grandi nuovi pezzi come “Starmaker” (dedicata a Bain) e “Martyr”, brano dal tiro micidiale in cui Campbell si esalta con uno straripante assolo, per la gioia di grandi e di piccini.
Discorso a parte merita Andrew Freeman. Non è facile raccogliere un’eredità come quella di R.J. Dio, inarrivabile vocalist, da sempre preso ad esempio come il cantante metal per eccellenza, eppure Andrew ha saputo trasmettere con la sua vocalità, la sua presenza scenica e la sua grinta, tutta quella carica di energia che si confà ad un frontman di classe, interpretando alla grande brano dopo brano.
A questo punto, che dire? C’è veramente bisogno di un ologramma per rivivere certe emozioni? E, soprattutto, ma è proprio necessario mettere in piedi una pagliacciata simile?
Ai posteri (e agli sfortunati che andranno) l’ardua sentenza. Verrebbe da dire: DIO ce ne scampi e liberi. Molto meglio i Last in Line!

Setlist:

  1. Stand Up And Shout (Dio cover)
  2. Devil In Me
  3. Starmaker
  4. The Last In Line (Dio cover)
  5. Martyr
  6. Rainbow In The Dark (Dio cover)

LAST IN LINE lineup:

  • Vivian Campbell – Guitars
  • Vinny Appice – Drums
  • Andrew Freeman – Vocals
  • Phil Soussan – Bass
  • Erik Norlander – Keyboards

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Trivium
Il cielo minaccia tempesta… Matt Heafy e i suoi Trivium irrompono sul palco con “Rain”: quale miglior modo per scaldare la folla? Ritmiche serrate, breakdown monolitici e growl sono gli elementi chiave di un Metalcore raffinato e maturo – dalle tinte Melodeath – che risulta completamente slegato da qualsiasi componente adolescenziale, tipica di molti gruppi-manifesto anni 2000; ciò rappresenta di certo un pregio, un marchio di fabbrica, e incarna la ragione prima della fruibilità della proposta anche da parte di chi il genere non è solito masticarlo, rimanendo comunque indigesta – c’è da sottolinearlo – alla, immancabile, minoranza di discepoli del più puro e vero heavy metal, accorsi sul posto esclusivamente per i Megadeth. “Strife”, unico estratto da “Vengence Falls”, è diretta, melodica e mette bene in mostra il buon lavoro sulle voci: al pulito di Heafy manca solo l’effettistica necessaria a renderla più coesa, mentre gli innesti puliti e in growl, rispettivamente di Gregoletto e Beaulieu, si dimostrano efficaci e funzionali. “Down From The Sky” e “Until The World Was Cold”, entrambe singoli di successo, sono in grado di far cantare chiunque grazie a ritornelli catchy, mentre con “The Sin And The Sentence”, singolo di recente uscita, il gruppo rimarca un chiaro ritorno agli standard (dopo il buono ma non entusiasmante “Silence In The Snow”). A più di metà scaletta non possiamo far altro che notare le principali pecche del concerto: il disappunto di alcuni presenti – che, tra un pezzo e l’altro, richiamano a squarciagola gli headliner della serata -, il pubblico, in generale, spento e svogliato – Heafy, ironicamente, affermerà che il pubblico di Lisbona è il migliore che abbia incontrato fin ora (alla faccia di Milano) – e i suoni chiaramente non all’altezza (basso e grancassa altissimi, voci e chitarre penalizzate). Lungi dall’essere responsabilità dei Trivium, artefici di un’ottima esibizione, l’ambiente e il pubblico stesso hanno lasciato parecchio a desiderare; Heafy cerca per l’ultima volta di coinvolgere il pubblico, in parte riuscendoci, durante l’ultimo brano: al grido “In Waves”, i fan, inizialmente seduti in terra, esplodono coreograficamente saltando su e giù durante tutto il main breakdown… questo è l’episodio in cui emerge un minimo di empatia tra palco e platea.

Setlist:

  1. Rain
  2. Strife
  3. Down From The Sky
  4. Until The World Goes Cold
  5. The Sin And The Sentence
  6. Kirisute Gomen
  7. Like Light To The Flies
  8. In Waves

TRIVIUM lineup:

  • Matt Heafy – Vocals, Rhythm Guitars
  • Corey Beaulieu – Guitars, Backing Vocals
  • Paolo Gregoletto – Bass, Backing Vocals
  • Alex Bent – Drums

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Megadeth
Megadeth è più di un semplice moniker, è storia. Trentaquattro anni sono passati dal momento in cui il ventiduenne Dave Mustaine fondò il gruppo; anni ricchi di successi, nei quali lo status della band è cresciuto a dismisura fino all’unanime riconoscimento di “gruppo cardine del Thrash Metal”, insieme agli altri Big 4. Nel 2017 è inutile negarlo (come sarebbe altrettanto insensato accanirsi, a spada tratta, su chi scrive) il buon Dave non ce la fa più. Fin dalla prima “Hangar 18” è palese la difficoltà nel tenere testa alle parti vocali – della voce del leader rimane solo l’atipico timbro nasale – e alle parti di chitarra, la ritmica è ottima, ma gli assoli, man mano si procede con la scaletta, sono sempre più sporchi.
Date queste considerazioni iniziali, è lecito domandarsi quanto importi tutto questo… quanta rilevanza abbia l’età – che avanza inesorabilmente – per una band che, ripetiamo, da trentaquattro anni produce musica senza tempo. La risposta è scontata: per chi è tra il pubblico – nostalgici dell’era d’oro che furono gli anni ottanta e novanta, ragazzi giovanissimi accorsi a vedere i propri idoli e, più comunemente, persone che associano a ogni pezzo storico dei ricordi, momenti più o meno intimi della propria esistenza – non importa che Dave non arrivi a prendere certe note, che l’intera performance giri attorno a numerose pause per prendere aria o che alcuni brani vengano suonati, per ovvi motivi, più toni sotto, conta solo scuotere la testa a tempo e godersi un’ora abbondante di musica con la M maiuscola. Nota positiva è la rinnovata formazione, che si rivela un tocca sana per il gruppo: Kiko Loureiro ha grande presenza scenica e riesce a interpretare egregiamente le parti, sia di Friedman sia degli altri predecessori, e Verbeuren riesce a dare stabilità e solidità all’intera esibizione. Anche i tre estratti da “Dystopia”, ovvero “The Treat Is Real”, “Conquer Or Die” e la title-track, fanno bella figura: lungi dall’essere classici, si dimostrano piacevoli episodi che intervallano i pezzi più famosi. Immancabili gli episodi principali di “Rust In Peace” e “Countdown Of Extinction”, oltre a “Peace Sells”, “A Tout Le Monde” e le anthemiche “Trust” e “She – Wolf” da “Criptic Writings”. Unica nota negativa: i suoni. Anche in questo frangente dobbiamo bocciare completamente il lavoro svolto al mixer, il quale non rende giustizia al lotto di brani menzionato in precedenza.
A concerto terminato non possiamo far altro che porre l’accento sulla buona prestazione (dopotutto sincera e, a modo suo, emozionante), ma soprattutto sulla grandezza dei Megadeth, che rimane intatta in egual modo per i fan di vecchia e nuova data, e sul carisma, mai scemato, dei singoli membri, grazie al quale è possibile, almeno in apparenza, ingannare l’incedere del tempo.

 Setlist:

  1. Hangar 18
  2. The Threat Is Real
  3. Conquer Or Die!
  4. Trust
  5. Sweating Bullets
  6. She – Wolf
  7. Poisonous Shadows
  8. Skin o’ My Teeth
  9. A Tout Le Monde
  10. Tornado of Souls
  11. Dystopia
  12. Peace Sells
  13. Symphony of Destruction
  14. Mechanix
  15. Holy Wars… The Punishment Due

MEGADETH lineup:

  • Dave Mustaine – Vocals, Guitars
  • Kiko Loureiro – Guitars
  • David Ellefson – Bass
  • Dirk Verbeuren – Drums