Kamelot- oscure cospirazioni e visioni distopiche!


KAMELOT – “The Shadow Theory”
• (2018 – Napalm Records) •

Per chi scrive i Kamelot sono in una spirale discendente da ormai qualche anno. Certo che rimpiazzare un vocalist come Roy Khan (uscito dalla band nel 2011) non è stato un compito semplice sia a livello compositivo che a livello di carisma, voce e presenza scenica anche se bisogna ammettere che Tommy Karevik non è di certo l’ultimo arrivato e la sua militanza nei Seventh Wonder aveva già messo ben in luce le sue immense capacità. Detto questo ho sempre trovato gli ultimi due dischi incisi dalla band Statunitense con Karevik alla voce (“Silverthorn” e “Haven”) discontinui. Due dischi che potevano dirsi interessanti grazie soprattutto alle “hit” grandiose come potevano essere “Sacrimony”(Angel Of Afterlife), “Veil Of Elysium” o “Liar Liar (Wastelands Of Monarchy)” ma che nella loro completezza lasciavano un pochino l’amaro in bocca. Con “The Shadow Theory”, un monumentale e complesso concept dal sapore distopico e psicologico, ero speranzoso nell’imbattermi in una piacevole inversione di tendenza…
L’album offre qualche novità interessante; Innanzitutto ha un sound più cupo dei predecessori e più enfasi è posta sulle tastiere e sulle parti elettroniche. Oltre a questo abbiamo dietro le pelli un nuovo batterista (Johan Nunez) a rimpiazzare Casey Grillo che ha di recente lasciato la band, delle nuove e interessanti collaborazioni con Lauren Hart (Once Human) che ha il ruolo di non far rimpiangere le parti in pulito e specialmente in growl di Alissa White- Gluz (Arch Enemy) in “Haven” e la bravissima Jennifer Haben (Beyond the Black) che è di certo una delle voci femminili che più ha riscontrato un certo risalto negli ultimi anni grazie al successo della sua band. Per il resto si gioca sul sicuro con le parti di tastiera di Oliver Palotai e le chitarre di Thomas Youngblood mentre a livello di produzione l’esperienza di Sasha Paeth è sempre garanzia di qualità. Passando ai brani, dopo una breve intro ci si tuffa in “Phantom Divine(Shadow Empire)” che ricalca le sonorità dei pezzi da novanta dei due album antecedenti già precedentemente citati. Il risultato è vincente, e ci offre uno di quei ritornelli che non ci stuferemmo mai di cantare a squarciagola e che personalmente vedrei benissimo come opener di un qualsiasi concerto della band. Con “Ravenlight” i tempi si fanno più cadenzati e il riffing molto catchy e diretto; un buon secondo singolo anche se già qui la sensazione di deja-vu inizia ad insinuarsi nella mia testa. Da segnalare “Burns To Embrace” con delle interessanti sezioni folk, e un riuscitissimo coro di voci di bambini che ripetono i versi del ritornello nella parte finale del brano in pieno stile “Ghost River” dei Nightwish. “In Twilight Hours” è un buon lento che si sorregge soprattutto grazie alla bravura dei suoi due interpreti ossia Tommy Karevik e Jennifer Haben che duettano in maniera assolutamente coinvolgente ed emozionante e il cui intreccio di voci rende un pezzo che probabilmente sarebbe altrimenti finito nel dimenticatoio, un brano assolutamente di spicco nel disco. Con “Kevlar Skin” si ha un parziale ritorno al Power Metal con uno di quei brani dal chorus tipicamente Kamelot e un bellissimo duello di chitarra e tastiera tra Youngblood e Palotai. Un pezzo che i nostalgici della band sicuramente apprezzeranno. “Mindfall Remedy” in contrapposizione a “Kevlar Skin” è si sempre un brano energetico e veloce, ma dalle sonorità più moderne in cui l’elettronica la fa da padrona con al suo interno delle ottime growling vocals da parte di Lauren Hart. Il nostalgico romanticismo di “Vespertine (My Crimson Bride)” ci conduce verso la fine del disco con uno dei brani più riusciti del lotto, “The Proud And The Broken” che possiede delle linee vocali assolutamente coinvolgenti, con quello che è uno dei brani più strutturalmente complessi dell’album in cui tutta la dolcezza, la malinconia, la tristezza, la potenza e la cupezza del disco si miscelano in un unico riuscitissimo brano pieno di cambi di tempo e di atmosfere. E non vi dovrete stupire se sentirete addirittura delle parti in blast-beat verso la fine del brano!
In conclusione per chi scrive anche questo album dei Kamelot è un disco di alti e bassi come succede (purtroppo) da un po’ di tempo a questa parte. Dalla sua possiamo dire che offre delle soluzioni sonore nuove e interessanti e una cupezza di fondo che non si sentiva dai tempi di “Poetry For The Poisoned”. Sicuramente è un disco che non deluderà i fan e che mostra la band ormai sempre più lontana da quella dimensione Power Metal che li aveva contraddistinto agli esordi ma che allo stesso tempo mai come in questo disco ci da l’impressione di volersi spingere “oltre”, riuscendoci a tratti anche in maniera egregia.

VOTO: 6.5/10

Tracklist:

  1. The Mission
  2. Phantom Divine (Shadow Empire)
  3. Ravenlight
  4. Amnesiac
  5. Burns to Embrace
  6. In Twilight Hours
  7. Kevlar Star
  8. Static
  9. MindFall Remedy
  10. Stories Unheard
  11. Vesperitine (My Crimson Bride)
  12. The Proud And Thre Broken
  13. Ministrium (Shadow Key)

Kamelot Lineup:

  • Tommy Karevik – Vocals
  • Thomas Youngblood – Guitars
  • Oliver Palotai – Keyboards
  • Sean Tibbets – Bass
  • Johan Nunez – Drums